Ricetta per l’Eurozona: più Pil senza nuovo debito

pubblicato su: lavoce.info il 30.09.14
 

Per uscire dalla stagnazione serve una soluzione che consenta di rilanciare la domanda nell’Eurozona, senza creare nuovo debito e senza coinvolgere la Bce. Come l’emissione di certificati di credito fiscale destinati a ridurre il cuneo fiscale. L’impegno ad accettarli per il pagamento delle tasse.

 

COME SALVARE L’EUROZONA?

 Francesco Giavazzi e Guido Tabellini  hanno lanciato una proposta per aiutare l’Eurozona a superare l’attuale, prolungata fase di stagnazione economica. Prevede una riduzione coordinata delle tasse pari al 5 per cento, un’estensione a tre o quattro anni del tempo limite per conseguire gli obiettivi di deficit di bilancio e l’emissione di debito pubblico a lungo termine finanziabile dalla Bce in assenza di sterilizzazione. La proposta segna un notevole passo in avanti rispetto alla via dell’austerità che a tutt’oggi domina il pensiero delle élite politico-economiche alla guida dell’UE, in particolare riconoscendo che la politica monetaria e quella fiscale devono usarsi congiuntamente se si vuole ottenere l’impatto di maggiore efficacia possibile sulla domanda aggregata in un’economia in cui i tassi d’interesse nominali sono vincolati dal limite inferiore di zero. Tuttavia, come gli stessi autori ammettono, l’ostacolo più impervio alla proposta è di natura politica: va contro il Trattato e verosimilmente Germania e alcuni altri Stati membri vi si opporrebbero.  Condividiamo lo scetticismo degli autori. In realtà, i nostri dubbi vanno oltre l’ostacolo politico e riguardano il merito stesso della proposta: seppure fosse accettata, i margini di flessibilità che ne risulterebbero potrebbero essere insufficienti rispetto allo spazio fiscale di cui i paesi necessitano (si pensi all’Italia) per rilanciare la domanda interna e invertire le aspettative di cittadini, imprese e mercati. Inoltre, gli effetti della proposta graverebbero su situazioni debitorie già gravi, minando le prospettive di sostenibilità finanziaria dei paesi. Se la flessibilità utilizzata non riuscisse a imprimere uno shock sufficiente a far crescere il prodotto, il peso del debito sull’economia ne soffrirebbe.

LA SOLUZIONE DEI CERTIFICATI DI CREDITO FISCALE

I governi dell’Eurozona potrebbero invece perseguire una strategia alternativa, che consenta loro di stimolare in modo forte la domanda interna, senza creare nuovo debito e senza coinvolgere la Bce. Gli Stati potrebbero emettere certificati di credito fiscale (Ccf), denominati in euro, e attribuirli senza contropartita a imprese e lavoratori in funzione del costo del lavoro sostenuto dalle prime, e della retribuzione netta dei secondi. I Ccf sarebbero equivalenti a delle cambiali commerciali e non prevederebbero obbligo di rimborso da parte dello Stato. A due anni dall’emissione, tuttavia, lo Stato s’impegnerebbe ad accettarli per il pagamento di tasse e di qualsiasi altra obbligazione finanziaria (contributi pensionistici, previdenziali e sanitari, multe, eccetera). I percettori di Ccf potrebbero immediatamente convertirli in euro, vendendoli sul mercato finanziario a uno sconto presumibilmente simile a quello su un titolo di Stato zero coupon a due anni, e spenderli per l’acquisto di beni e servizi. I Ccf sarebbero una quasi-moneta (e, perché no?, potrebbero anche ricevere un tale gradimento dal pubblico da circolare come moneta a tutti gli effetti). I due anni di differimento servirebbero a dare all’economia il tempo di aumentare la produzione di beni e servizi in funzione dell’accresciuta domanda, generando incassi erariali che compenserebbero la diminuzione degli introiti in euro conseguente ai versamenti effettuati in Ccf. Le allocazioni di Ccf sarebbero destinate alla riduzione del cuneo fiscale, accrescendo il reddito disponibile dei lavoratori e abbattendo il costo del lavoro per le imprese. I maggiori redditi disponibili sosterrebbero i consumi, mentre la riduzione del costo del lavoro incoraggerebbe occupazione e competitività. La bilancia commerciale resterebbe in equilibrio, in quanto le maggiori esportazioni nette consentite dal recupero di competitività compenserebbero la crescita di import conseguente alla ripresa. Il flusso di allocazioni di Ccf e la non esigenza di copertura delle stesse attraverso futura tassazione darebbero luogo a consistenti effetti moltiplicativi della spesa sul Pil. Applicato, ad esempio, all’Italia, con un output gap pari a 300 miliardi di euro relativamente al trend pre-crisi, e ipotizzando stime conservative del moltiplicatore fiscale, si potrebbe chiudere il gap in tre o quattro anni emettendo Ccf per 200 miliardi all’anno (con un flusso peraltro modulabile in relazione alla risposta del Pil), senza mai eccedere il limite di Maastricht del 3 per cento sul budget e avviando a riduzione il rapporto debito/Pil. Il taglio al cuneo fiscale diverrebbe permanente, la ripresa della domanda giustificherebbe nuovi investimenti e le migliorate prospettive economiche riattiverebbero il circuito del credito. Peraltro, dato il volume di risorse attualmente inoccupate, la nuova spesa indotta dai Ccf non alimenterebbe l’inflazione, tenuto anche conto dell’effetto deflattivo dei Ccf sul costo del lavoro per le imprese. E comunque, se l’inflazione dovesse moderatamente ravvivarsi, ciò sarebbe coerente con gli obiettivi della Bce. I Ccf sono simili ai “Mefo bills” emessi dalla Germania nel 1933-1938 sotto la leadership del ministro dell’Economia e presidente della Reichsbank, Hjalmar Schacht. Permisero una formidabile ripresa economica dalla grande depressione, stimolando una rapidissima crescita del prodotto e consentendo il conseguimento della piena occupazione senza riaccendere l’inflazione.

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Fonte: Mahe E., “Macro-economic policy and votes in the thirties: Germany (and The Netherlands) during the Great Depression”, Real-World Economics Review Blog, June 12, 2012.

Nelle attuali condizioni di politica economica nulla può controbilanciare le pressioni deflazionistiche che affliggono le economie dell’Eurozona in maggiori difficoltà, dove la sfida è quella di trovare il modo di sostenere la domanda. I Ccf sono la risposta a questa sfida: rilanciano la domanda senza creare debito, poiché i governi che li emettono s’impegnano ad accettarli per il pagamento delle tasse, non a rimborsarne il valore a una qualche data futura. Questa soluzione consentirebbe la ripresa dell’output, rafforzerebbe la sostenibilità fiscale e contribuirebbe a creare un clima favorevole alle necessarie riforme strutturali.