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Euroscettici.it mette a disposizione dell'utente, una selezione di articoli che esprimono il pensiero sull'Euro di affermati economisti di fama internazionale, ma anche di persone meno note che, per il loro approccio innovativo, potrebbero fornire un contributo di idee e suggerire soluzioni . Selezionando l'economista dall'elenco che si trova nella colonna di sinistra, si potrà accedere alla selezione degli articoli.

 

 

 

 


 

 

 

 

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  • AMARTYA SEN

    Amartya Kumar Sen  è un economista e filosofo indiano, Premio Nobel per l'economia nel 1998, professore  presso la Harvard University.

    Ha definito l'Euro "un'idea orribile" (vedi articolo), salvo poi, su sollecitazione di Mario Monti, chiarire ,insieme a Stigliz (vedi articolo Ansa integrale: http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2014/04/14/nobel-sen-e-stiglitz-serve-piu-europa-economica-e-politica_e4ad60bd-a203-4963-9d1b-493212aee97d.html): "Siamo molto turbati - osservano i due premi Nobel - dall'apprendere che in alcune prese di posizione politiche, in Francia e in Europa, le nostre analisi sul funzionamento dell'euro sono state travisate. Noi siamo decisamente in favore di un'Europa più unita e di una maggiore integrazione politica."L'unione monetaria - proseguono Sen e Stglitz - deve procedere di pari passo con l'unione di bilancio e l'unione bancaria e auspichiamo che questo si realizzi nei tempi previsti".

    Per i due premi Nobel, la realizzazione della moneta unica senza integrazione bancaria e di bilancio e la prospettiva di un'integrazione politica "è stato un errore economico". Ma ciò detto, i due economisti restano "fortemente pro-europeisti piuttosto che anti-europeisti e auspichiamo che si arrivi a molto di più che una semplice unione monetaria".

  • JOSEPH STIGLITZ

    Joseph Eugene Stiglitz è un economista e saggista statunitense. Premio Nobel per l'economia nel 2001.

    La sua posizione sull'Euro è di aspra critica dell'attuale impianto, con un approccio tipicamente Keynesiano: bacchetta l'Europa sulle politiche di austerità e sul fatto che  un'Unione monetaria non possa stare in piedi senza procedere speditamente verso un'unione fiscale e bancaria.

    Su sollecitazione di Mario Monti, ha chiarito, insieme all'altro Nobel Sen (vedi articolo Ansa integrale: http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2014/04/14/nobel-sen-e-stiglitz-serve-piu-europa-economica-e-politica_e4ad60bd-a203-4963-9d1b-493212aee97d.html): "Siamo molto turbati - osservano i due premi Nobel - dall'apprendere che in alcune prese di posizione politiche, in Francia e in Europa, le nostre analisi sul funzionamento dell'euro sono state travisate. Noi siamo decisamente in favore di un'Europa più unita e di una maggiore integrazione politica."L'unione monetaria - proseguono Sen e Stglitz - deve procedere di pari passo con l'unione di bilancio e l'unione bancaria e auspichiamo che questo si realizzi nei tempi previsti".

    Per i due premi Nobel, la realizzazione della moneta unica senza integrazione bancaria e di bilancio e la prospettiva di un'integrazione politica "è stato un errore economico". Ma ciò detto, i due economisti restano "fortemente pro-europeisti piuttosto che anti-europeisti e auspichiamo che si arrivi a molto di più che una semplice unione monetaria".

    Stiglitz sostiene pertanto che i mali dell'Europa si possano curare con: "più Europa"

     

  • MILTON FRIEDMAN

    Milton Friedman  è stato un economista statunitense, esponente principale della scuola di Chicago. Il suo pensiero ed i suoi studi hanno influenzato molte teorie economiche, soprattutto in campo monetario. Fondatore del pensiero monetarista, è stato insignito del Premio Nobel per l'economia nel 1976.

  • PAOLO SAVONA

    Paolo Savona è un economista e professore universitario. Ha svolto numerosi incarichi pubblici in Italia e all'estero. Fin dalla firma del Trattato europeo del 1992 si è dichiarato contrario all'accettazione dei parametri di Maastricht perché privi di base scientifica e troppo rigidi per un'economia che richiede flessibilità; ha inoltre considerato impreparata l'Italia a entrare nell'euro esprimendo, in un pamphlet intitolato L'Europa dai piedi di argilla, il suo dissenso.

  • PAUL KRUGMAN

    Paul Robin Krugman è un economista e saggista statunitense. Attualmente professore di Economia e di Relazioni Internazionali all'Università di Princeton, ha vinto il Premio Nobel per l'economia 2008.

    Krugman è famoso nel mondo accademico per i suoi studi riguardanti la teoria del commercio, lavori nei quali espone modelli presentando i vantaggi che le economie dei paesi potrebbero derivare dall'imposizione di barriere protezionistiche, e per i suoi libri di testo sulle crisi valutarie e sull'economia internazionale, in particolare sull'analisi degli effetti reali delle fluttuazioni dei tassi di cambio. È stato critico della New Economy degli anni novanta del XX secolo, dei regimi di cambio fisso dei paesi sud-est asiatici e della Thailandia prima della crisi del 1997, delle politiche attuate dai governi per difendere i cambi fissi sui quali specularono fondi speculativi (quali Long Term Capital Management) prima della crisi debitoria russa del 1998.

    La filosofia economica di Krugman può essere descritta come neo-keynesiana. Proprio lui ha tentato di rendere accessibile questo filone degli studi economici in testi divulgativi come "Peddling Prosperity" (uscito in Italia col titolo "L'incanto del benessere"), nel quale critica le politiche dei Repubblicani nei tardi anni ottanta e nella prima metà degli anni novanta.

    Krugman è stato, inoltre, apertamente critico verso la politica interna ed estera dell'amministrazione di George W. Bush. È membro del Gruppo dei Trenta dal 1988, che riunisce economisti noti a livello internazionale.

    fonte:Wikipedia

    Ha definito l'Euro un progetto campato in aria (vedi articolo), una moneta che è stata creata  in spregio ai più elementari principi della teoria economica (vedi Teoria delle aree valutarie ottimali).

    Tuttavia, ritiene che sia importante salvare il progetto politico europeo, altrimenti "il fallimento del più grande progetto della storia, innescherebbe insurrezioni populiste e nazionaliste". Sostiene che  la Germania, che con l'introduzione dell'Euro ha tratto grande giovamento in termini di scambi commerciali infracomunitari,  dovrebbe essere meno egoista e accettare di pagare meglio i propri lavoratori per consentire loro  di consumare di più all'interno dell'area Euro.  Pertanto la Germania  dovrebbe accettare più inflazione, per non costringere i paesi deboli a fare deflazione salariale e politiche di  austerità. Anche la BCE dovrebbe perseguire una politica monetaria  più aggressiva e meno ossessionata dall'inflazione.

  • ROBERT MUNDELL

    Robert Alexander Mundell  è un economista canadese, vincitore del premio Nobel per l'economia nel 1999, «per la sua analisi della politica fiscale e monetaria in presenza di diversi regimi di cambio e per la sua analisi delle aree valutarie ottimali».

    Ha insegnato nell'Università di Chicago e alla Columbia. È conosciuto per la teoria delle aree valutarie ottimali elaborata nel 1961.

    fonte: wikipedia

  • ABERTO BAGNAI

    Alberto Bagnai un economista, saggista, nonché opinionista de il Fatto Quotidiano e il Giornale. Nel 2005 diventa professore associato di politica economica, presso la facoltà di economia dell'Università degli Studi "Gabriele d'Annunzio" di Chieti e Pescara. Dal 2012 è ricercatore associato al CREAM presso l'Università di Rouen in Francia e dal 2013 è membro del direttivo dell'International Network for Economic Research. Nello stesso anno ha costituito l'Associazione Italiana per lo Studio delle Asimmetrie Economiche, che attualmente presiede.

    Bagnai aderisce alla visione ortodossa espressa da economisti come James Meade, Antony Thirlwall, Martin Feldstein, secondo la quale non esistono i presupposti strutturali perché l’Europa possa dotarsi di una moneta unica. In questo contesto e in forte polemica con altri economisti, sostiene che il principio della convergenza verso parametri rigidi, sancito dal Trattato di Maastricht, successivamente ripreso dal Patto di stabilità e crescita (PSC) nel 1997, sottoscritto dai paesi membri dell'Unione europea e ulteriormente ribadito nel 2012 con il Patto di bilancio europeo (noto anche come "fiscal compact"), è logicamente incompatibile con la condivisione di un progetto politico comune e quindi di un’Europa federale, presupposto per l’effettiva sostenibilità di una moneta unica europea, l'euro, in sostituzione delle rispettive valute nazionali.

    Al contempo, rifacendosi al pensiero di Nicholas Kaldor, Bagnai afferma che l’adesione all’euro, comprimendo le esportazioni, ha inciso negativamente sulla produttività dell’economia italiana. Questa visione è contestata da economisti come Francesco Daveri, che invece vede la causa del declino della produttività italiana nelle modalità imperfette d'attuazione delle riforme del mercato del lavoro (un'ipotesi inizialmente avanzata da Robert Gordon). È contestato anche da altri economisti, fra i quali Michele Boldrin, che invece ritiene che il declino dell'economia italiana sia attribuibile più in generale agli errori della classe politica, e da Emiliano Brancaccio, che contesta la validità dei modelli d'analisi e delle teorie di riferimento adottate da Bagnai, e dissente sulle previsioni positive circa la dinamica delle variabili monetarie in caso d'abbandono della moneta unica.

    fonte:wikipedia

     

  • BIAGIO BOSSONE, ENRICO GRAZZINI, STEFANO SYLOS LABINI, GIOVANNI ZIBORDI,MARCO CATTANEO, LUCIANO GALLINO

     

    Una nuova moneta fiscale per superare la trappola della liquidità e rilanciare l’economia e l’occupazione

    Progetto di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini.

    Obiettivi del progetto “Moneta Fiscale”

    Il progetto “Moneta Fiscale” si propone di incentivare la domanda, uscire dalla trappola della liquidità, e creare le condizioni per una forte ripresa dell’economia in Italia e nell’Eurozona, superando i vincoli rigidi e assurdamente deflattivi imposti dall’attuale architettura della moneta unica, pur salvaguardando la stabilità monetaria e finanziaria.

    La manovra che proponiamo si può considerare analoga a quella dell’helicopter money, cioè di distribuzione gratuita del denaro alla società, elaborata da economisti di diverse scuole e tendenze.

    Il nostro progetto si distingue però perché prevede l’emissione di una quasi-moneta di tipo particolare – cioè la moneta fiscale – che lo stato italiano dovrebbe e potrebbe introdurre autonomamente per sviluppare l’economia e l’occupazione.

    I Certificati di Credito Fiscale (CCF)

    Nel caso dell’Italia, il progetto “Moneta Fiscale” prevede, in primo luogo, di emettere fino a un massimo di 200 miliardi annui di titoli di Stato – i Certificati di Credito Fiscale, o CCF – aventi natura monetaria e non di debito.

    Per “natura monetaria” s’intende che lo Stato italiano non si impegnerà a rimborsare in euro questi titoli, bensì ad accettarli, a partire da due anni dopo la loro emissione, a fronte del pagamento di tasse, imposte, contributi previdenziali e sanitari, multe eccetera: qualsiasi obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione italiana (enti locali inclusi) potrà essere estinta utilizzando indifferentemente CCF o euro.

    L’accettazione dei CCF da parte della pubblica amministrazione li rende, di conseguenza, una forma di moneta nazionale: possono essere definiti moneta italiana ad utilizzo differito.

    Il differimento di utilizzo (i due anni di cui sopra) è giustificato dal fatto che, nel momento in cui vengono impiegati, i CCF a parità di condizioni riducono gli euro incassati dallo Stato italiano. Il differimento dà all’economia italiana il tempo di ottenere un significativo recupero di PIL, e quindi anche di entrate fiscali, compensando così l’effetto dell’utilizzo dei CCF quando giungeranno a maturazione. L’assegnazione dei CCF fino a 200 miliardi all’anno sarà infatti graduale, verrà effettuata nel corso di tre anni, e i CCF inizialmente assegnati andranno completamente a maturazione nell’arco di cinque anni dalla prima assegnazione.

    Il progetto prevede tre destinazioni principali per le assegnazioni di CCF: le aziende private, i lavoratori e un insieme di altre forme di spesa. Su 200 miliardi totali massimi assegnati a regime, all’incirca 80 andrebbero alle aziende private, 70 ai lavoratori e 50 ad altre forme di spesa.

    Le aziende private riceveranno CCF in misura dipendente dai costi di lavoro da esse sostenuti. E’ previsto un meccanismo a scaglioni, che determinerà un’incidenza percentuale più elevata sui costi pagati a lavoratori con redditi più bassi. Per ogni 100 euro pagati in retribuzioni, imposte e contributi, l’azienda riceverà fino a un massimo di 20 euro in CCF. Per i redditi più alti, la percentuale scenderà considerevolmente. Devono inoltre essere previsti meccanismi incentivanti per le aziende che incrementano l’occupazione.

    Riguardo ai lavoratori (sia dipendenti che autonomi), il meccanismo proposto è analogo, sempre a scaglioni: il lavoratore percepirà, in aggiunta a una retribuzione netta di 100 euro, fino a un massimo 20 euro in CCF – con percentuale in discesa per i redditi alti.

    Aziende e lavoratori riceveranno quindi gratuitamente un considerevole importo di CCF, in pratica di moneta utilizzabile (nei confronti della pubblica amministrazione) due anni dopo l’assegnazione originaria. Chi non avrà esigenze finanziarie immediate, potrà mantenerli in portafoglio come forma di risparmio. Altrimenti potranno essere monetizzati in anticipo.

    Gli ulteriori massimi 50 miliardi annui (le “altre forme di spesa” sopra citate) potranno essere utilizzati per varie operazioni di sostegno della domanda: integrazione di reddito alle categorie disagiate (inclusi cassaintegrati, pensionati a basso livello di reddito e disoccupati), investimenti pubblici, spesa sociale, interventi di ricostruzione in aree colpite da calamità naturali eccetera.

    La monetizzazione sarà possibile in quanto si svilupperà un attivo mercato finanziario. I CCF sono, a tutti gli effetti, una categoria di titoli di Stato. La monetizzazione anticipata comporterà ovviamente uno sconto finanziario, in quanto 100 euro di CCF equivalgono a una banconota da 100 euro che il possessore non può utilizzare se non tra due anni. Il titolo CCF può essere considerato come un titolo zero coupon con scadenza biennale a circolazione prevalentemente interna. Sarà uno strumento monetario appetibile e competitivo rispetto agli altri titoli sul mercato monetario.

    I venditori di CCF saranno tutti quei soggetti – famiglie e aziende (soprattutto medio-piccole) – che hanno necessità immediata di liquidità per le loro spese e per ripagare i debiti pregressi. Considerando le forti esigenze di liquidità da parte delle famiglie e delle aziende, è presumibile e auspicabile che ci sarà una vera e propria corsa a convertire i CCF in euro. In questo modo sarà possibile aumentare la spesa delle famiglie e delle aziende, e uscire dalla trappola della liquidità.

    Gli acquirenti saranno tutti quei soggetti che hanno liquidità e che intendono acquistare questi titoli per ottenere a scadenza sconti fiscali – grandi e medie aziende, istituzioni finanziarie, investitori e privati benestanti e facoltosi -. Il compratore finale dei CCF scambiati sul mercato sarà infatti un soggetto che avrà esigenze di pagamento nei confronti dello Stato italiano (per tasse o altro) e che vuole beneficiare di sconto fiscale alla scadenza.

    Ci saranno a regime massimi 400 miliardi di CCF in circolazione (due anni di emissioni, dopo i quali le nuove assegnazioni sostituiranno quelle in scadenza). Considerando che la ricchezza finanziaria in Italia è pari a circa 3500 miliardi, è possibile che il mercato dei CCF sia sufficientemente ampio e liquido.

    Lo sconto finanziario sarà determinato dal mercato, ma approssimativamente si può stimare che non sarà molto diverso da quello di un tasso CTZ a due anni.

    Infatti il valore finale dei CCF può essere considerato più certo di quello di un analogo titolo di debito statale, assai più volatile perché maggiormente soggetto alla volatilità del mercato internazionale.

    In questo contesto, le banche commerciali assumeranno prevalentemente un ruolo di intermediazione. Un soggetto pubblico – una banca pubblica, come per esempio la Cassa Depositi e Prestiti, o le Poste, o una nuova agenzia pubblica ad hoc – dovrà incaricarsi di organizzare il mercato e di garantirne la liquidità.

    Obiettivi di rilancio dell’economia

    Viene proposta un’emissione annua massima di 200 miliardi in quanto, a causa del calo di PIL prodotto nel 2008 dalla crisi finanziaria mondiale, e ulteriormente (soprattutto dal 2012 in poi) dall’eurocrisi, il PIL italiano è fortemente inferiore al suo potenziale. Se dal 2007 in poi si fosse avuta una crescita reale media dell’1% – tasso considerato modesto, in condizioni normali – il PIL 2014 sarebbe stato più alto di circa 300 miliardi. Questo è l’output gap da colmare. Una crescita media del 5% all’anno per tre anni è fattibile con la riforma proposta, e colma la maggior parte di questo deficit di PIL.

    Le assegnazioni annue massime previste sono 200 per non surriscaldare l’economia e tenendo l’effetto del moltiplicatore fiscale: l’immissione di liquidità nell’economia avvia una catena di eventi – il percettore di maggior reddito a sua volta in parte lo spende, aumentando il reddito di altre aziende e/o individui, eccetera. Secondo le ipotesi predefinite (si veda l’allegata nota sul moltiplicatore del reddito), l’effetto è quindi più che proporzionale e porterà a una forte crescita dell’economia, al riequilibrio del bilancio pubblico, alla riduzione del debito pubblico sul PIL e all’aumento dell’occupazione, senza squilibrare la bilancia dei pagamenti.

    Impatto sui saldi commerciali esteri

    La composizione esatta dell’intervento (200 miliardi annui massimi, nell’ipotesi sopra descritta, suddivisi, come detto, tra 80 alle aziende private, 70 ai lavoratori, e 50 in altri impieghi) sarà il frutto di decisioni politiche. E’ però fondamentale l’ordine di grandezza destinato alle aziende, in quanto occorre riallineare il costo del lavoro per unità di prodotto italiano a quello dei membri più efficienti dell’Eurozona, in particolare della Germania. L’importo di 80 miliardi corrisponde al 18% circa dei costi di lavoro delle aziende private italiane.

    Una riduzione dei costi di lavoro lordi effettivi di questo ordine di grandezza riporta la competitività italiana a livelli tedeschi, in modo analogo (anche se con un altro meccanismo): infatti si stima che il differenziale della dinamica del costo del lavoro tra Germania e Italia a sfavore dell’Italia dalla riforma Hartz in poi sia pari a circa il 20%. Grazie alla riduzione del cuneo fiscale verrebbe svalutato il lavoro così come farebbe un riallineamento valutario (svalutazione). Viene quindi meno una fonte di squilibri: se non venisse migliorata la competitività italiana, buona parte del sostegno della domanda prodotto dai CCF andrebbe ad alimentare la domanda di prodotti esteri, peggiorando la bilancia commerciale.

    L’attribuzione di CCF alle aziende italiane in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti le rende, al contrario, immediatamente più competitive, con benefici in termini di maggiori esportazioni e di guadagno di mercato interno nei confronti delle importazioni.

    Va precisato che tutto ciò non comporterà danni significativi per la Germania e per gli altri stati membri dell’Eurozona. Contemporaneamente al recupero di competitività, l’Italia avvierà anche una forte ripresa economica, il che aumenterà (ceteris paribus) le sue importazioni, comprese quelle provenienti da partner europei. Oggi i saldi commerciali italiani sono positivi (partite correnti attive per l’1,5%-2% circa nel 2014), ma solo grazie a una domanda interna molto depressa, che limita le importazioni. Con la ripresa dell’economia, i due effetti si compenseranno – più import per la maggior domanda, maggior export netto per la maggior competitività. La bilancia commerciale italiana resterà in equilibrio, ma a livelli decisamente più alti sia di import che di export.

    Effetti sull’inflazione

    A questo riguardo, una prima considerazione è che l’assegnazione di CCF produce un forte recupero della domanda e del PIL, ma questo non è (se non limitatamente) inflazionistico perché in Italia esiste attualmente un altissimo livello di disoccupazione e di capacità produttiva inutilizzata. Solo se l’ammontare emesso superasse i livelli che consentono il riassorbimento della capacità oggi inattiva si produrrebbe un forte e permanente eccesso d’inflazione. Va anche ricordato che attribuendo CCF alle aziende in funzione dei loro costi di lavoro se ne riducono i costi produttivi totali, e questo ha un effetto mitigante sull’inflazione.

    Un qualche incremento dell’inflazione, peraltro, è esattamente quello che serve per riportarla dall’attuale livello zero (con rischio di cadere in deflazione) verso l’obiettivo BCE del 2%. Il progetto può essere tarato, riguardo in particolare alla distribuzione temporale delle assegnazioni di CCF (vedi il punto successivo) in modo da puntare al raggiungimento dell’obiettivo BCE. Potrebbero essere tollerabili incrementi transitori dell’inflazione, fino al 3-4%, in una fase iniziale e per non più di un anno, dovuti a possibili sfasamenti temporali tra incremento della domanda e riattivazione della capacità produttiva oggi inutilizzata.

    Tempistica delle assegnazioni di CCF

    Le erogazioni di CCF sono previste, come detto, in 200 miliardi annui massimi. E’ ragionevole scaglionare l’intervento nel tempo, perché la maggior domanda dovuta ai CCF stimolerà le aziende a produrre di più, ma rimettere in moto la capacità produttiva oggi inutilizzata richiede tempo. L’ipotesi attuale è di erogare 90 miliardi il primo anno, salire a 150 il secondo e raggiungere 200 miliardi al terzo. I livelli effettivi e la distribuzione temporale saranno tarati in funzione della risposta dell’economia, puntando a un rapido recupero dell’occupazione senza che l’inflazione risalga troppo rapidamente.

    Anche la quota destinata alle aziende (ipotizzata, come si diceva, in 80 miliardi su un massimo di 200) potrà anch’essa essere modificata nel tempo, sempre con l’obiettivo di mantenere in pareggio i saldi commerciali esteri: né surplus né deficit, se non per importi modesti.

    I “BTP fiscali”

    Il progetto “Moneta Fiscale” prevede anche l’introduzione dei cosiddetti “BTP fiscali”. Sono titoli di Stato con scadenze varie – anche pluriennali – che (analogamente ai CCF) non pagano interessi e capitale in euro. Interessi e capitali sono invece corrisposti, appunto, in “Moneta Fiscale”, utilizzabile per onorare impegni finanziari verso la pubblica amministrazione: esattamente come i CCF.

    L’introduzione dei BTP fiscali potrà avvenire, in primo luogo, al momento in cui cominceranno le assegnazioni dei CCF. Potrà essere data la possibilità, a tutti i possessori di titoli di Stato “tradizionali” (BOT, CTZ, BTP, CCT eccetera) di convertirli in BTP fiscali, con scadenze più lunghe e con un tasso d’interesse più alto. Per esempio, un BTP con tre anni di vita residua e cedola del 2,5% potrebbe essere convertibile in un BTP fiscale con sei anni di vita residua e cedola del 4,5%. Questa opzione di conversione rimarrà esercitabile (da parte del possessore) per tutta la vita residua del titolo.

    Si limita il rischio, in tal modo, che l’annuncio della riforma dia luogo a movimenti speculativi sui mercati finanziari. Se il mercato dovesse reagire negativamente, si potrebbe creare una pressione al ribasso nel valore nei titoli di Stato in circolazione (quelli tradizionali) creando problemi, per esempio, ai bilanci degli investitori istituzionali (banche, assicurazioni eccetera) che li possiedono. Ma se un titolo di Stato è sempre convertibile in BTP fiscali – quindi in un titolo che mantiene sempre, con certezza, un valore, perché è utilizzabile per pagare tasse e altre obbligazioni finanziarie verso la pubblica amministrazione, e non ha quindi rischio di default – la pressione al ribasso sopra citata incontra una soglia.

    Inoltre, tanti più titoli “tradizionali” vengono convertiti in BTP fiscali, tanto più diminuisce l’ammontare di titoli che possono dar luogo a default. Le nuove emissioni di titoli di Stato, coerentemente con questo principio, dovranno avvenire, nella maggior misura possibile, mediante BTP fiscali – e non emettendo titoli “tradizionali” (da rimborsare in euro). Il debito in euro, quello che deve essere rimborsato e che quindi può dar luogo a default, deve essere ridotto il più rapidamente possibile, idealmente a zero.

    E’ prevedibile che ci sia interesse, sul mercato, per le emissioni di BTP fiscali, anche a causa del fatto che verranno ridotte – se possibile addirittura azzerate – le emissioni di titoli “tradizionali”, e che i loro abituali compratori (specialmente gli investitori istituzionali italiani) dovranno reimpiegare la loro liquidità. Uno strumento d’investimento senza rischio di default è interessante per questi investitori, per motivi analoghi a quelli che rendono appetibile un titolo di stato in moneta sovrana.

    Il progetto “Moneta Fiscale” alla luce dei trattati attualmente in essere

    L’emissione di titoli fiscali da parte dello stato è perfettamente compatibile con i trattati vigenti, in quanto la fiscalità è un settore in cui gli stati europei esercitano ancora la loro piena sovranità. Inoltre, non essendo i CCF moneta a corso legale, ma essendo quasi-moneta (ovvero titolo di stato) il monopolio sulla moneta corrente da parte della BCE è pienamente salvaguardato.

    Riteniamo tuttavia che l’emissione di questo nuovo titolo di stato possa eventualmente infrangere le regole relative alla contabilità europea, in quanto i CCF dovrebbero essere computati per competenza e non per cassa, e quindi sarebbero conteggiati a debito sul piano contabile, anche se nei fatti, grazie all’aumento del PIL generato dai CCF stessi, fin dall’anno della loro emissione, e anche negli anni in cui vanno a scadenza, riporterebbero il bilancio pubblico in equilibrio e diminuirebbero il debito pubblico.

    Crediamo che di fronte al disastro provocato da questa crisi e da questa difficilmente sostenibile architettura dell’euro, infrangere un regolamento sia una questione davvero minore. Difficilmente i tedeschi potrebbero rimproverarci per questo, anche perché sono i primi a non rispettare le regole – vedi per es. il loro surplus sul commercio estero –.

    Occorre soprattutto considerare che, nella forma attuale, i trattati – il patto di stabilità e il Fiscal Compact, in particolare – sono ineseguibili. D’altra parte sono stati concepiti su istanza dei paesi dell’ex area marco, che temono di doversi far carico dei debiti di uno o più paesi del sud. Il progetto “Moneta Fiscale” produce una forte ripresa economica dei paesi che lo adottano e nello stesso tempo riduce, con l’obiettivo realistico di azzerare, il debito che crea rischio di default.

    Il progetto rende possibile il conseguimento degli obiettivi economici che i trattati si prefiggono, in quanto consente sviluppo economico, occupazione, stabilità monetaria e riduce rapidamente, fino a eliminarli, i rischi di default sui debiti pubblici e i conseguenti dissesti finanziari. Gli obiettivi dei trattati sono conseguiti dal progetto “Moneta Fiscale”, mentre non lo sono da una serie di altre azioni – l’OMT e le iniziative di sostegno intraprese dalla BCE, in particolare – che peraltro, a loro volta, sono attualmente oggetto di azioni legali (sull’OMT, anzi, esiste già una sentenza negativa della Corte Costituzionale tedesca, che ha rinviato il caso alla Corte di Giustizia UE). Si può affermare che il progetto “Moneta Fiscale” è, rispetto a queste iniziative, almeno altrettanto conforme ai trattati, nonché enormemente più efficace per quanto attiene al raggiungimento degli obiettivi che i trattati stessi si prefiggono.

    Riguardo al Fiscal Compact, in particolare, è importante sottolineare che questo trattato impone un percorso accelerato di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL. Per l’Italia (e per vari altri paesi) si tratta di obiettivi totalmente irrealistici. Tentare di conseguirli richiederebbe manovre fiscali pesantissime che abbatterebbero il denominatore del rapporto, impedendone la riduzione.

    Nell’ambito del progetto “Moneta Fiscale”, il Fiscal Compact diventa invece eseguibile, purché si chiarisca in maniera inequivocabile che i CCF e i BTP fiscali non sono compresi nel debito, in quanto non comportano alcuna obbligazione di restituzione del capitale o pagamento di interessi da parte dello Sato che li emette e dunque non creano rischi di default. In questo modo gli obiettivi di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL sono raggiungibili. A questo punto gli interessi collimano: il debito pubblico italiano espresso in euro, che la Germania teme di doversi sobbarcare a seguito di un default italiano, scende rapidamente e viene sostituito da emissioni di moneta nazionale italiana (non soggetta a default). E’ una situazione enormemente più tranquilla sia per la Germania che per l’Italia.

    Attuabilità politica e operativa del progetto

    Dal punto di vista operativo, il progetto “Moneta Fiscale” è nettamente più semplice della “spaccatura” dell’euro evocata da alcuni economisti e da alcune forze politiche. La nostra è una riforma che può essere tranquillamente discussa e analizzata alla luce del sole e non una “deflagrazione” da attuare di sorpresa, in tempi rapidissimi, con rischi di panico bancario e sui mercati finanziari. Non costringe la Germania a lavorare, d’improvviso, con una moneta rivalutata. Non c’è svalutazione dei crediti stranieri verso soggetti residenti italiani. Non ci sono effetti redistributivi su aziende e banche, né contenziosi giuridici. Il cittadino italiano non si vede convertire i suoi risparmi, il suo stipendio, la sua pensione, in una moneta diversa (di minor valore).

    Questo progetto è vincente anche sul piano sociale ed elettorale: infatti “regala soldi” alle imprese e ai lavoratori a fronte di una maggiore produzione di ricchezza futura, diminuisce la tasse e, soprattutto, stimola l’utilizzo di risorse produttive oggi ampiamente sottoccupate. Non ha bisogno di essere spiegato nei dettagli tecnici ai cittadini e alle aziende perché soddisfa immediatamente le loro esigenze e li fa uscire dalla condizione di artificiosa e drammatica austerità senza fine in cui attualmente si trovano.

    Richiede, tuttavia, un forte impegno del Governo e delle istituzioni coinvolte nel disegno della moneta fiscale, che dovranno essere fortemente motivate e dovranno saper comunicare al cittadino con chiarezza l’importanza del piano d’intervento e la necessità che tutti contribuiscano alla sua riuscita.

    Estensione ad altri paesi

    Tutti i paesi dell’Eurozona che hanno oggi difficoltà, o comunque livelli di competitività inferiori a quelli tedeschi, nonché alta disoccupazione, possono adottare il progetto “Moneta Fiscale” (ed è anzi raccomandabile che lo facciano). Ciò nella misura, caso per caso, opportuna per ripristinare competitività e piena occupazione.

    E’ la via per rendere sostenibile il sistema monetario europeo, senza attuare una “transfer union” e senza richiedere agli stati “nord-eurozonici” di compensare le differenze di competitività, in particolare di costo di lavoro per unità di prodotto, inflazionando significativamente prezzi e salari: entrambe, queste, eventualità che la Germania non accetta. Inoltre, elimina definitivamente il rischio di una deflagrazione dell’Eurozona. Tutto questo senza richiedere alcun contributo finanziario alla Germania, e senza convertire depositi bancari, titoli di Stato e altre attività finanziarie, stipendi, pensioni, e contratti di qualsiasi tipo da euro in una nuova moneta (destinata a svalutarsi).

    IN SINTESI

    Il progetto di moneta fiscale ha infatti questi formidabili punti di forza:

    – I Certificati di Credito Fiscale proprio perché non sono moneta corrente (monopolio BCE) ma titoli di stato, perché riguardano il campo fiscale che rientra ancora nella sovranità degli stati, e perché non generano debito, non infrangono i trattati. Possono essere emessi autonomamente dal governo italiano nel quadro giuridico europeo.

    I CCF non sfidano, e non competono con, la moneta unica europea, ma, essendo complementari all’euro, sono dentro i trattati. Il nostro progetto non prevede necessariamente l’uscita dall’euro – anche se l’euro è nato con un’architettura monetaria rigida, deflazionistica, e quindi contiene intrinsecamente i fattori del suo insuccesso –. Anzi il progetto di moneta fiscale può forse perfino salvare l’euro, introducendo, accanto alla rigidità strutturale della moneta unica europea, elementi forti di flessibilità a livello nazionale.

    – in caso di rottura dell’euro (tuttora possibile, se non probabile), la moneta fiscale costituirebbe comunque un forte riparo nazionale di fronte al disastro monetario europeo

    – è una moneta statale e non bancaria, e quindi una moneta che può essere gestita democraticamente dalla sfera politica, attualmente esautorata dal debito e dalla finanza

    – ridà potere d’acquisto a milioni di lavoratori, disoccupati, pensionati

    – ridà competitività alle aziende, grazie alla prevista diminuzione del cuneo fiscale

    – rilancia un New Deal di opere pubbliche

    – rilancia l’occupazione e il PIL mantenendo in equilibrio deficit e debito.

    – paradossalmente la moneta fiscale può essere considerato positiva anche da parte dei creditori, della grande finanza, perché garantisce il recupero dei crediti – anche se aumenta l’inflazione e quindi diminuisce il valore dei titoli di stato –.

    – questo progetto è vincente anche sul piano sociale ed elettorale. infatti “regala soldi” alle imprese e ai lavoratori, diminuisce le tasse e soprattutto stimola l’utilizzo di risorse produttive oggi ampiamente sottoccupate.

    Ci sembra un’iniziativa importante, certo non semplicissima e non priva di elementi critici, ma autonomamente praticabile in Italia, anche senza l’obbligo assoluto di ottenere preventivamente l’autorizzazione da parte delle istituzioni sovranazionali. Ovviamente è auspicabile il consenso pieno e convinto della comunità europea.

    fonte: monetafiscale.it

  • STEVE KEEN

    Steve Keen (28 marzo 1953) è un economista australiano post-keynesiano.

    Keen è professore di economia presso l'Università Occidentale di Sydney. Critico sia dell'economia neoclassica sia dell'economia marxiana, egli definisce ambedue come modelli inconsistenti, non scientifici ed empiricamente insostenibili. John Maynard Keynes, Hyman Minsky, Piero Sraffa, Joseph Alois Schumpeter, François Quesnay sono tra i principali autori che hanno influenzato il suo pensiero economico. Tra le sue opere, numerosi sono i lavori incentrati sulla modellazione matematica dei sistemi economici (incluso il circuito monetario***) e sulla simulazione dei casi di instabilità finanziaria.

    Al fine di garantire a ricercatori, studenti, accademici, economisti l'adozione di un efficiente strumento applicativo che permetta la simulazione simulazione econometrica del circuito monetario, Steve Keen decide di intraprendere lo sviluppo di un programma software con cui sia possibile ottenere una descrizione visuale, dei modelli atti a rappresentare le economie nazionali, che sia più accurata rispetto a quelli normalmente utilizzati nell'ambito macroeconomico mainstream (tra i quali, ad esempio, vi è il modello DSGE).

    Inizialmente finanziato per mezzo di una sovvenzione accademica garantita dall'INET (Institute for New Economic Thinking), il programma è quindi completato grazie a una campagna pubblica di raccolta fondi lanciata nel febbraio 2013 da Steve Keen e promossa attraverso il sito web di crowdfunding Kickstarter. La campagna su Kickstarter, che si prefiggeva di raccogliere almeno 50000 dollari, si conclude con successo nel marzo 2013 raggiungendo la cifra di $78025. Il nome scelto da Steve Keen per tale programma software, cioè "Minsky"**, è un omaggio all'economista Hyman Minsky

     

    **Minsky è un programma di simulazione econometrica che permette la modellazione matematica del circuito monetario. È stato sviluppato dall'economista australiano Steve Keen, mentre il codice sorgente è stato scritto da Nathan Moses e Kevin Pereira sotto la supervisione di Russell Standish. Il nome è un omaggio all'economista Hyman Minsky.

    Il circuitismo nella modellazione econometrica: primi passi

    Sebbene il concetto di circuito monetario (presentato in forma compiuta da Augusto Graziani nel 1984 sulla rivista Studi Economici) nel corso del tempo inizi ad attrarre un cospicuo e crescente interesse in ambito economico e accademico, un freno notevole alla sua diffusione si verifica per via delle numerose complicazioni che sorgono nella creazione di modelli matematici funzionali del sistema economico circuitista e gli iniziali tentativi in tal senso si sono rivelati problematici. Queste difficoltà vengono successivamente superate grazie all'economista australiano Steve Keen, il quale ascrive le predette osticità di modellazione inerenti al circuitismo all'uso inappropriato dei metodi adottati per descrivere matematicamente l'equilibrio economico generale. Keen ritiene, infatti, che il circuitismo vada descritto non con sistemi a stato stazionario o statico, come di norma avviene negli approcci delle teorie economiche mainstream, bensì con modelli dinamici composti da equazioni differenziali e di ricorrenza. Abbattendo in questo modo tali ostacoli alla modellazione matematica del sistema circuitista, egli è in grado di proporre descrizioni matematiche del circuitismo pienamente operative.

     

    ***La Teoria del circuito monetario è una scuola economica di ispirazione post-keynesiana che si prefigge l'obiettivo di descrivere la creazione di moneta da parte del sistema bancario commerciale. La teoria, chiamata anche circuitismo, mostra inoltre come le decisioni relative all'erogazione del credito influiscano sulle scelte di produzione e sulla distribuzione dei redditi in modo considerevole.

    Storia

    La Teoria del circuito monetario, alla quale ci si riferisce anche utilizzando l'espressione Teoria monetaria della produzione, è elaborata a partire dagli studi condotti durante il XIX secolo e il XX secolo da autori tra loro molto diversi (fra questi Marx, Wicksell, Robertson, Keynes, Schumpeter), per poi venire presentata nella sua forma più compiuta nel corso degli anni Settanta ed Ottanta del Novecento da diversi economisti francesi (Alain Parguez, Alain Poulon, Benetti e Cartelier), svizzeri (Schmitt, Cencini), canadesi (Lavoie) e italiani. Augusto Graziani, che è considerato il suo principale esponente italiano, presenta nel 1984 sulla rivista Studi Economici, nell'articolo 'Moneta senza crisi', uno schema analitico che costituisce il riferimento primo di tutti i teorici del circuito attivi in Italia dagli anni ottanta (tra questi Roberto Convenevole, Marcello Messori, Riccardo Bellofiore). L'opera di Graziani più completa sul circuito monetario è il suo libro, del 1989, Theory of the Monetary Circuit (it. Teoria del circuito monetario).

    Sebbene nel corso del tempo la teoria inizi ad attrarre un cospicuo e crescente interesse in ambito economico e accademico, un freno notevole alla sua diffusione si verifica per via delle numerose complicazioni che sorgono nella creazione di modelli matematici funzionali del sistema economico circuitista e gli iniziali tentativi in tal senso si rivelano problematici. Queste difficoltà sono successivamente superate grazie all'economista australiano Steve Keen, il quale ascrive le predette osticità di modellazione inerenti al circuitismo all'uso inappropriato dei metodi adottati per descrivere matematicamente l'equilibrio economico generale. Keen ritiene infatti che il circuitismo vada descritto non con sistemi a stato stazionario o statico, come di norma avviene per le teorie economiche mainstream, bensì con modelli dinamici composti da equazioni differenziali e di ricorrenza. Abbattendo in questo modo tali ostacoli alla modellazione matematica del sistema circuitista, egli è in grado di proporre descrizioni matematiche del circuitismo pienamente operative. Il Minsky, programma di simulazione econometrica così chiamato in omaggio all'economista Hyman Minsky, è un software sviluppato allo scopo.

    Descrizione

    Il circuito della moneta

    Secondo il circuitismo, il funzionamento del sistema economico contemporaneo assume l'aspetto di una «economia monetaria di produzione» descritta attraverso lo schema del «circuito monetario», ossia per mezzo di un modello che ha come punto di partenza la creazione di moneta sotto forma di credito concesso dalle banche alle imprese; le imprese utilizzano la moneta ricevuta per pagare i servizi ottenuti dai salariati; con l'acquisto della produzione da parte dei salariati e delle loro famiglie, la moneta ritorna alle imprese; queste ultime, nell'ipotesi di tassi di interesse tendenti allo zero, possono allora restituire la moneta alle banche e chiudere in questo modo il circuito; un nuovo prestito di moneta dalle banche alle imprese rimette in moto il circuito e così via.

    La sequenza degli scambi

    Il processo economico è concepito dagli autori che si richiamano alla scuola circuitista in maniera radicalmente diversa da come esso viene usualmente rappresentato nell'ambito della teorie economiche marginaliste e neoclassiche.

    Uno degli elementi principali che caratterizzano l'approccio circuitista è in primo luogo che tutti gli atti di scambio avvengono per fasi successive, in luogo della simultaneità propria del modello walrasiano, e secondo una sequenza precisa. Nel circuito il processo economico si divide in quattro fasi principali: concessione del credito da parte delle banche alle imprese, produzione delle merci da parte delle imprese, compravendita delle merci, pagamento del debito alle banche.

    In quest'ottica, la moneta non è più ridotta a mera unità di valore né a mezzo per facilitare gli scambi, è invece principalmente moneta-credito necessaria per avviare il processo di produzione. Quest'ultimo si verifica perciò durante un momento separato e precedente alla fase di circolazione e commercializzazione dei beni.

    Pertanto, sia l'atomicità degli agenti, sia l'assenza di relazioni di potere fra gli agenti stessi, due delle caratteristiche fondamentali della Teoria dell'equilibrio economico generale, vengono totalmente rigettate dal circuitismo: non è possibile illustrare il funzionamento del sistema economico senza considerare nel contempo la divisione in gruppi di potere ben distinti: le banche, gli imprenditori e i lavoratori salariati. Le differenze riguardano innanzitutto le diverse possibilità e modalità nella creazione della moneta, nell'accesso ad essa e nel suo uso. In particolare le scelte relative alla concessione del credito, al tasso di interesse sul credito, alla sua possibile riaccensione poste in essere dalle banche influenzano le scelte degli imprenditori circa la quantità prodotta e il livello dei prezzi delle merci. Le scelte degli imprenditori influenzano le scelte dei lavoratori salariati. Sui salari reali si scaricano le tensioni esistenti nel rapporto fra banche ed imprese.

    Quando i beni di consumo sono comprati dai salariati e dalle loro famiglie, la moneta torna nuovamente nella disponibilità delle imprese, le quali potranno dunque estinguere i debiti inizialmente contratti con le banche solamente se la propensione al consumo è unitaria. Altrimenti, se i salariati risparmiano parte dei propri redditi, si pone il problema keynesiano della preferenza per la liquidità. In questo caso le imprese necessitano di recuperare la liquidità a loro mancante e, per fare ciò, esse hanno tre possibilità. La prima è di effettuare emissioni di titoli in cambio del pagamento di un interesse ricorrendo al prestito obbligazionario e offrendolo alle famiglie (le quali così possono impiegare il proprio risparmio), la seconda è di esportare sui mercati esteri le loro merci, la terza è di vendere le proprie merci al settore pubblico.

    Il profitto delle imprese

    I teorici del circuito monetario accolgono generalmente l'assunto elaborato da Michał Kalecki secondo cui i profitti sono strettamente proporzionali al livello della produzione. Detto in altri termini, i capitalisti (banche e imprenditori) guadagnano ciò che spendono e i lavoratori salariati spendono ciò che guadagnano. Difatti, dato il mark-up, all'aumento della produzione (e dunque della spesa effettuata nell'acquisto di fattori produttivi) corrisponde l'aumento del profitto delle imprese.

    L'endogeneità della moneta

    Secondo la teoria circuitista, l'impiego del risparmio dei cittadini sotto forma di depositi bancari costituisce le fondamenta per i finanziamenti futuri, indipendentemente da ogni creazione di moneta effettuata dalla banca centrale. La moneta è dunque da considerarsi endogena in relazione a due caratteristiche, vale a dire sia la sua emissione interna al circuito monetario sia quindi che essa è il prodotto dell'attività creditizia.

    Difatti la moneta endogena non è moneta messa in circolazione da entità esterne al circuito (magari secondo regole fisse, come prescritto dall'ortodossia monetarista la quale nasce a partire dall'idea che sia possibile tenere sotto controllo l'offerta di moneta) bensì come effetto di una domanda presentata dalle imprese per i loro obiettivi di produzione. In altre parole, sono gli impieghi bancari (cioè i crediti concessi dalle banche) a determinare i depositi e non viceversa (come invece generalmente sostenuto dalle teorie economiche mainstream). Tale concetto, che si rifà al filone di pensiero elaborato nell'ambito dell'economia monetaria inizialmente da Knut Wicksell e che anche Joseph Alois Schumpeter sintetizza nella sua Teoria dello sviluppo economico, è altresì presente sia negli scritti di Dennis Robertson sia nel Trattato sulla moneta di John Maynard Keynes.

    La moneta endogena è così il prodotto dell'attività creditizia. Di conseguenza le banche possono ricevere moneta in deposito se, e solo se, esse hanno concesso dei crediti precedentemente. È da sottolineare altresì come, dopo la fase di scambio, è l'entità dei depositi bancari a concorrere nella determinazione della domanda di credito necessario al proseguimento della produzione.

    fonte:wikipedia

     

  • jAQUES SAPIR

    Jacques Sapir è un economista francese. Dal 1996, è direttore della École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) a Parigi, e capo del Centre d'Étude des Modes d'Industrialisation (CEMI-EHESS). E' uno dei più noti  e influenti  tra gli economisti eterodossi in Francia. Ha una posizione  contraria alla globalizzazione, mette in dubbio la sopravvivenza dell'Eurozona e sostiene che la Francia dovrebbe valutare l'eventualità di lasciare l'Euro. 

     

     

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