L’Italia deve avere una strategia: la prossima recessione mondiale non è lontana.

4 giugno 2019

Nel  breve periodo, probabilmente, non succederà nulla, perché l’economia mondiale sta solo attraversando una fase di temporaneo rallentamento, forse di metà ciclo o, più probabilmente, di ciclo avanzato. Trump farà di tutto per arrivare all’appuntamento elettorale di novembre 2020, con parametri economici a posto, spingendo al massimo l’economia, continuando ad insistere su  politiche pro cicliche e proprio queste,   contribuiranno a creare  i presupposti per la prossima recessione mondiale.

Gli economisti sono tutti concordi sul fatto che ci sia  crescita oramai da troppo tempo, dal 2009 e,  dato che  l’economia è ciclica, presto o tardi, dovremo rivivere una fase di recessione mondiale, magari aggravata dalle politiche monetarie e fiscali ultra espansive fatte, in primis, dagli Stati Uniti.

Quando arriverà questa recessione? Nel 2021-2022? Nessuno può saperlo con precisione, ma  sarà di certo un grande problema per l’Italia.

 Il periodo di bonaccia che ci separa dalla prossima crisi, dati gli attuali livelli di indebitamento pubblico, non potrà essere sufficiente a mettere in sicurezza l’Italia utilizzando politiche convenzionali. Ammesso che si realizzino le migliori politiche economiche, compatibili con i vincoli europei, non potremo  mai riuscire a  riportare il debito pubblico sotto controllo. In mancanza di sovranità monetaria, in presenza di limitati margini di  politica fiscale,  al massimo potremo galleggiare e tirare avanti, non saranno sufficienti le manovre in cui si discute dello zero  virgola.

E’  assolutamente necessario approfittare di questo periodo positivo per elaborare politiche straordinarie che vadano ad incidere in maniera strutturale sul debito pubblico.

Vediamo quali siano  le soluzioni possibili e, tra queste, quelle auspicabili.

Le politiche straordinarie teoricamente praticabili  sono:

 1) una imposta patrimoniale di grandi proporzioni;

 2) una ristrutturazione del debito;

 3) una modifica dei trattati e dei meccanismi di funzionamento dell’euro;

 4) la creazione di un fondo immobiliare dove confluiscano beni pubblici e che venga sottoscritto, su base volontaria, da privati investitori che vada a ridurre i BTP in circolazione;

  5) una rottura concordata dell’euro o una fuoriuscita controllata dall’euro da parte di uno o più paesi.

Le prime due soluzioni, per chi da tempo  avesse compreso le reali origini della crisi, sarebbero assolutamente da escludere. Aggraverebbero certamente  la situazione dell’Italia. Oggi, finalmente, molti hanno capito  come le politiche di austerità applicate dai vari governi Monti, a seguire, abbiano finito per aggravare i problemi di debito pubblico dell’Italia. Se l’economia va in crisi e le banche smettono di prestare  a imprese e famiglie e lo Stato aumenta le tasse, le imprese smettono di investire e le famiglie di consumare, il Pil  scende, lo stato incassa meno imposte e il debito pubblico cresce. Una patrimoniale o una ristrutturazione del debito avrebbero effetti  estremamente negativi su famiglie e imprese e finirebbero col  deprimere ulteriormente la nostra economia. 

La terza soluzione, sarebbe auspicabile, ma difficile  da realizzare. Dovremmo convincere i nostri partner europei a modificare i Trattati. Portare a casa  risultati su qualcuno di questi temi: scomputo della spesa per investimenti dal deficit, calcolo con differenti criteri  del differenziale tra Pil potenziale e Pil effettivo (output gap),   creazione di una  BCE che sia prestatore di ultima istanza,  creazione di  un meccanismo che elimini lo spread (vedi proposta Minenna) ,     realizzazione di  forme  di comunione dei vari debiti pubblici dell’Eurozona e di parificazione di trattamento fiscale di cittadini e imprese dell’Unione. Dobbiamo metterci a lavorare seriamente nelle sedi opportune per fare proposte in tal senso, ma dobbiamo anche darci dei tempi stretti di verifica della praticabilità di queste proposte, un piano di lavoro con tempistiche ben precise.

Stesso discorso vale per la quarta opzione. Se sia  praticabile la creazione di un fondo immobiliare pubblico (esistono varie proposte in tal senso avanzate da Paolo Savona, Andrea Monorchio, e non ultimo, l’a.d. di Intesa, Carlo Messina), lo dobbiamo sapere in tempi brevi. Occorre lavorarci ed arrivare  ad un piano caratterizzato da step cronologici ristretti.

Anche la quinta, quella nucleare, di ritorno a valute nazionali, va elaborata celermente, il cosiddetto piano B (nulla di scandaloso: ogni paese appartenente ad un’area valutaria, non ottimale, priva di unione politica e fiscale dovrebbe averlo nel cassetto) , da realizzare qualora ci si dovesse rendere conto che le opzioni 3 e 4 non siano praticabili. Sarebbe  l’ultima ratio, l’estremo rimedio, ma andrebbe  preparata ora, in modo da essere pronti,  se la situazione dovesse precipitare. Per essere ancora più chiari, le opzioni 3 e 4 sarebbero preferibili, meno rischiose,  ma se non  dovessimo riuscire ad ottenere risultati in tal senso, il recupero della sovranità monetaria sarebbe certamente da preferire alla ristrutturazione del debito imposta dall’esterno e/o a mega patrimoniali. A  questo proposito, sono interessanti gli spunti avanzati da Giovanni Siciliano, ex capo ufficio studi della Consob, quindi non un pericoloso estremista anti euro. In un suo libro (Vivere e morire di Euro-come uscirne quasi indenni), elabora un piano dettagliato di come realizzare l’uscita dell’Italia dall’euro. Soprattutto sottolinea un punto, citiamo testualmente a pagina  188: “Certo, non ci si può presentare all’improvviso nelle sedi europee dicendo che l’Italia vuole uscire dall’Euro. Il problema della comunicazione è fondamentale. Bisogna manifestare la disponibilità ad avviare un negoziato che porti al raggiungimento di un compromesso accettabile per i diversi attori in gioco: lo Stato italiano, gli investitori e gli altri Paesi europei. Un compromesso che deve soddisfare le diverse parti in causa nella loro veste di creditori e debitori e che deve portare a sciogliere in maniera ordinata e consensuale i rapporti con la BCE.” 

Il tempo che ci separa dalla prossima recessione mondiale potrebbe essere ristretto , il governo ha il dovere di  creare un “gruppo di lavoro” permanente che elabori un piano straordinario  volto a riportare il debito pubblico sotto controllo. Se non si fa nulla, alla prossima crisi, un paese senza sovranità monetaria, stretto nelle attuali regole europee, con un debito pubblico oltre il 130%, è destinato a ritrovarsi commissariato e con le file ai bancomat.   

L’Italia e gli italiani non lo meriterebbero, tutto ciò si verificherebbe ancora una volta per colpa di politici ed economisti non in grado di elaborare una strategia vincente di medio lungo periodo.