La grande attualità di quel genio di Keynes

10 gennaio 2021

 

John Maynard Keynes da molti è considerato il più grande economista del ‘900 perchè fornì un contributo teorico fondamentale per uscire dalla crisi deflazionistica degli anni ’30. Pur essendo un convinto liberale, fu ritenuto un mentore, da una certa sinistra occidentale “non marxista”, per la sua intuizione: la necessità ed opportunità di fare leva sugli “investimenti pubblici” per fare ripartire l’economia, quando si prefigurano crisi da “domanda privata”, cioè i privati smettono di consumare e di investire. Con l’appoggio inconsapevole di Keynes, la sinistra ha potuto spingere sulla “spesa pubblica”, sul deficit pubblico, onde evitare di dover applicare quella che gli economisti, che credono nella capacità di autoregolazione del mercato, considerano la ricetta principe: abbassare i salari. Un po’ tutti abusarono delle politiche di deficit spending suggerite da Keynes. In realtà lui non era certo un lassista in tema di bilancio pubblico, ma pragmaticamente pensava che il deficit spending dovesse essere utilizzato per contrastare i periodi di crisi, applicando politiche di rigore nei periodi favorevoli del ciclo economico.

C’è però un aspetto sostanziale meno conosciuto dell’impianto ideologico keynesiano, in quanto meno strumentalizzato, ma che oggi sarebbe utilissimo riscoprire per fronteggiare i gravi problemi economici che affliggono in particolare l’Europa e, in primis, l’Italia.

Keynes, ancor prima di innamorarsi dell’idea che per risolvere le crisi fosse necessario l’intervento pubblico, maturò la convinzione che la “moneta”, i “sistemi monetari” svolgono un ruolo determinante nel funzionamento dell’economia, al punto che, qualsiasi misura di politica economica volta a risolvere crisi dell’economia reale, in presenza di un sistema monetario non adeguato, non avrebbe gli effetti desiderabili.

Già negli anni ’20, capì che la “conditio sine qua non” per contrastare la pesante depressione in cui era caduta la Gran Bretagna nella fase postbellica, era quella di non ritornare al “gold standard”. Comprese che qualsiasi sforzo per diminuire l’elevata disoccupazione raggiunta e contrastare il crollo del reddito, sarebbe stato vanificato dalla decisione di riagganciare la sterlina all’oro. Purtroppo non fu ascoltato e la depressione perdurò.

Dedicò buona parte della sua carriera accademica e politica ad elaborare una proposta credibile da avanzare agli americani per la creazione del nuovo “sistema monetario internazionale” che avrebbe dovuto regolare gli scambi fra Paesi nell’economia del secondo dopoguerra. Le trattative furono sintetizzate nei famosi accordi di Bretton Woods, nei quali gli americani, in quanto vincitori, riuscirono a dettare la gran parte delle regole, creando un sistema dollacentrico, disattendendo in buona parte i consigli di Keynes.

Che cosa pensava in particolare Keynes? Alla luce di ciò, che cosa avrebbe pensato dell’Euro?

Era un pragmatico ed un liberale, non amava i sistemi monetari rigidi, ma non vedeva di buon occhio i cambi flessibili e il disordine monetario. Era favorevole ad un ordine monetario, nel quale i vari Paesi, per favorire gli scambi fra loro, avrebbero dovuto adottare un sistema monetario a cambi tendenzialmente fissi e cercare di concertare fra loro le proprie politiche economiche. Al lui non piaceva un sistema disordinato di svalutazioni competitive, ma era ugualmente inorridito dai sistemi monetari eccessivamente rigidi, tipo il gold standard. Capiva che, in taluni casi, di grave crisi economica, fosse doveroso usare l’arma della svalutazione unitamente ad una efficace politica di deficit spending.

Keynes, nella sua genialità e nel suo pragmatismo, avrebbe considerato l’Euro un impianto “mostruoso”, al pari del “gold standard”.

Di fronte alla gravissima crisi economica originata dalla pandemia, i paesi come la Germania, con maggiori margini di bilancio pubblico, hanno potuto dispiegare imponenti ed efficaci politiche di “deficit spending”, mentre l’Italia, stretta negli artificiosi vincoli europei, ha potuto mettere in campo risorse pubbliche del tutto inadeguate a contrastare il crollo del reddito. L’Italia, di fronte ad un’altra gravissima crisi, si ritrova nuovamente a non poter ricorrere a quelle che Keynes, nel breve periodo, considerava le armi fondamentali: una politica di “deficit spending” adeguata ed una politica monetaria espansiva utilizzando, se necessario, anche la svalutazione della moneta, misure precluse dalla scelta improvvida di aver aderito a suo tempo all’euro, che è diventato il nostro “gold standard”.

Keynes avrebbe provato orrore di fronte a questo disastro determinato dalla “moneta unica”, che ha reso impossibile l’utilizzo di politiche di “breve“ calibrate sulle esigenze dei singoli Paesi. Le politiche dell’UE anzi aumentano i differenziali di crescita a favore dei paesi con i “conti pubblici a posto”. Lui era convinto che nel “lungo periodo siamo tutti morti” e che quindi fosse estremamente dannoso rinunciare a politiche economiche “attive di breve”, soprattutto se finalizzate a contrastare la "deflazione" che, altra sua grande intuizione, anche questa di estrema attualità, considerava molto più dannosa dell'inflazione. I soldi spesi dall’Italia per contrastare la pandemia, sono scarsi e quelli del “Recovery Fund” arriveranno, pochi, quando molte imprese saranno “morte”. Gli imprenditori dovevano essere “ristorati” subito, anche su questo tema Keynes ci ha insegnato che la rapidità di azione, in economia gioca un ruolo fondamentale.

Non è un caso che la Gran Bretagna, che ha dato i natali a Keynes, si sia tirata fuori.