All’Italia serve sia Friedman che Keynes, ma anche un nuovo paradigma

 

 Potrebbe essere  fuorviante affrontare i problemi che affliggono l’Italia dividendoci in due categorie: liberisti e fautori di un intervento massiccio dello Stato. La realtà attuale è più sfumata,  complessa e richiede uno sforzo di analisi che dovrebbe prescindere dalle classiche categorie destra e sinistra, liberismo e interventismo pubblico. L’efficacia delle  due diverse ricette  economiche dipende evidentemente  dal contesto in cui le applichi. 

Negli anni ’30 eravamo in deflazione/depressione, la dimensione della spesa pubblica era  contenuta  e  serviva Keynes. Negli anni ’70/80, con la stagflazione ed una  ipertrofia  dello Stato, è stato utile il “monetarismo” di Friedman che fornì le basi teoriche alle riforme della Thatcher e di Reagan. 

Ancor oggi lo Stato e l’Europa hanno  un peso esagerato  nell’economia con  tasse e leggi  asfissianti per i cittadini. Su questo tema, Friedman è prezioso  ed attuale, per la sua  convinta e convincente battaglia per ridurre  le tasse e liberare gli imprenditori da una regolamentazione dirigista.    

Sempre quel gran genio di Friedman  era fortemente dubbioso sulla sostenibilità economica e politica dell’Euro. Lui, che preferiva i  cambi flessibili, era scettico sulla opportunità di creare in Europa  un’area valutaria comune, con una Banca centrale guidata da persone non elette, in assenza di un’unione politica. Lo considerava un progetto elitario e dirigista. 

Tuttavia,  sembra oggi abbastanza evidente che l’approccio  “monetarista” abbia causato o, quantomeno, amplificato la crisi del 2008 e dell’Eurozona. Per i monetaristi il  mercato è in grado di  autoregolarsi, gli individui sono in grado fare  previsioni e scelte razionali, il mercato può autonomamente  raggiungere equilibri di produzione e reddito di piena occupazione, la moneta ha solamente funzione di mero mezzo di scambio ed è quindi neutrale, cioè non è in grado, nel lungo periodo,  di influire  sulle variabili reali dell’economia, quindi il reddito, la distribuzione della ricchezza, l’occupazione. Dato che il mercato è in grado di autoregolarsi, politiche economiche “attive” sono esse stesse causa di perturbazioni economiche e di inflazione.  I modelli econometrici elaborati dai monetaristi e da molti economisti “mainstream” anche appartenenti ad altre scuole di pensiero,  non  contemplano il ruolo del “sistema bancario” e della Finanza. Le banche sono semplici  intermediari  che  non possono dare luogo autonomamente ad una  contrazione/recessione del sistema economico.  

La maggior parte  degli economisti monetaristi ha pertanto liquidato la crisi del 2008 e dell’Eurozona sostenendo   che la prima sarebbe stata causata da un eccessivo attivismo della FED e la seconda dai   cattivi  Stati  del sud, colpevoli di avere un debito pubblico troppo elevato. In sostanza,  Greenspan avrebbe attuato una politica monetaria accomodante, di tassi troppo  bassi,  per troppo tempo,  e avrebbe creato la bolla immobiliare e finanziaria che inevitabilmente sarebbe scoppiata provocando la recessione mondiale.  

In realtà, è difficile negare  che Il sistema finanziario abbia  contribuito in modo determinante alla creazione e scoppio della bolla, mettendo in atto pratiche e comportamenti lontanissimi da quelle “scelte razionali” che i monetaristi attribuiscono agli operatori privati. Sono palesi  gli errori commessi dagli operatori finanziari che davano mutui allegramente, senza le necessarie garanzie  reddituali e patrimoniali, acquistavano strumenti finanziari che poi si sono rivelati carta straccia, i banchieri che spingevano, attratti da bonus milionari, i prestiti a imprese e famiglie, forzando oltre misura i coefficienti patrimoniali delle proprie aziende. 

Che dire poi della crisi dell’Eurozona? E’ oramai chiaro che abbia avuto origine da un problema di squilibri di bilancia dei pagamenti fra i paesi aderenti all’Euro, quindi da una criticità causata da un eccessivo debito privato di alcuni paesi  e consumi e indebitamento troppo bassi dei tedeschi. Gli Stati, in assenza di un principio di coordinamento e solidarietà,   hanno dovuto sanare questi squilibri aumentando il proprio indebitamento pubblico. I monetaristi ovviamente si sono scagliati  contro l’eccessivo indebitamento assunto dagli Stati, invocando politiche di austerità e non si sono sognati di prendersela con gli errati meccanismi dell’Euro, che avevano determinato squilibri di indebitamento “privato” fra i Paesi dell’Eurozona. I consumatori dei Paesi del sud erano stati allegramente  finanziati dalle banche tedesche e francesi, quando queste si sono rese  conto che la situazione stava precipitando, hanno chiesto aiuto agli Stati, all’Europa e alla BCE.   

Ciò che desta maggiori perplessità, delle  teorie monetariste e della maggioranza degli economisti “mainstream”, è  la convinzione che il  “sistema bancario” svolga semplicemente un ruolo di intermediario. Nel secolo scorso, economisti di grande peso quali Schumpeter, Hicks e lo stesso Keynes si erano interrogati ampiamente sul ruolo giocato dal “sistema bancario” nel “creare moneta”. Ed avevano maturato la convinzione che è il “sistema bancario”  e non le banche centrali  a creare  la quasi totalità della moneta in circolazione. Concetti attualmente ripresi  da alcuni economisti keynesiani.  E la stessa Banca d’Inghilterra ha dovuto sorprendentemente ammettere, in un documento  pubblicato nel 2014 (Money creation in the Modern Economy), che la convinzione  che la  Banca Centrale sia la sola  responsabile  degli eccessi di creazione  monetaria, sia semplicemente errata. Oltre Il 90% della moneta che circola nel sistema economico è da ricondurre all’attività creditizia del “sistema bancario privato” (moneta endogena). E’ moneta/credito che viene creata dal nulla, non senza vincoli, ma  con notevoli margini di autonomia, che alimenta e accompagna le fasi di espansione e quando peggiorano le prospettive di crescita dell’economia, le banche revocano prontamente i prestiti  e quindi distruggono la moneta precedentemente creata, giocando un ruolo decisivo nella determinazione di  gravi crisi, di cui quella del 2008 è un evidente esempio (per approfondimenti leggi anche su asimmetrie.org: La monetizzazione del disavanzo nella letteratura macroeconomica recente, pre e post covid, Fulvio Corsi). 

Quindi, la moneta bancaria, la moneta endogena, contrariamente a  quanto sostenuto dagli economisti “mainstream”,  influirebbe in modo determinante sulla crescita dell’economia reale, sulla crescita del  reddito, dell’occupazione, della produzione e giocherebbe  un ruolo determinante anche nei meccanismi di  distribuzione del reddito e nella creazione di bolle speculative e conseguente crollo e recessione dell’economia. Per di più, negli ultimi 30 anni, il  problema si è acuito per  la tendenza delle banche ad indirizzare la grande massa di moneta/credito  verso il settore finanziario e immobiliare, a discapito delle imprese, dell’economia reale, rendendo più frequenti situazioni  di  instabilità, di boom e crolli dei mercati finanziari e immobiliari.  

Se ti liberi di alcuni  assiomi del pensiero “mainstream”, della convinzione che le banche siano semplici intermediari e che non sia importante inserirle nei modelli “macroeconometrici” come attori fondamentali, sei in grado di vedere la realtà con un’ottica diversa. Capisci  che la moneta/credito delle banche può creare inflazione e perturbazioni economiche almeno al pari  della moneta creata dalle Banche Centrali. 

Allora puoi  non considerare un tabù alcune forme di monetizzazione di debito pubblico e privato (lo stesso Friedman, ponendo condizionalità molto stringenti, in situazioni di deflazione, considerava  percorribile la strada dell’“helicopter money”). Potresti pertanto elaborare  dei modelli econometrici nei quali simuli la possibilità di aumentare la quota di moneta stampata dalla Banca Centrale a detrimento della quota rappresentata dalla Moneta bancaria (oggi oltre il 90%), riducendo  magicamente il debito pubblico e privato. 

Non si tratta di tornare ai sistemi di monetizzazione dei debiti e deficit pubblici degli anni ’70, dove molte Banche Centrali, tra cui la nostra,  erano ostaggio dei  decisori di politica fiscale, che perseguivano spesso programmi di spesa pubblica “facile” , con conseguenti indesiderate spinte inflazionistiche. Non  è detto che non si possano  perseguire  politiche di bilancio pubblico rigorose , anche in presenza di politiche di monetizzazione di parte del  deficit e/o del debito,  stabilendo a priori dei vincoli ben definiti. Una proposta “liberale” potrebbe essere quella di abbassare le tasse finanziandosi con la monetizzazione. Diffidate di coloro che vi dicono che  lo Stato è come una “famiglia” e che  deve ripagare i propri debiti fino all’ultimo euro: vi dicono una palese balla! Lo Stato deve semplicemente fare in modo che il debito sia “sostenibile”. Con le attuali regole UE, il debito dell’Italia sarà insostenibile. Se monetizzi parte del debito, allora sì che potresti tornare ad una sostenibilità di lungo periodo.  

Il Giappone sta già da tempo perseguendo forme di monetizzazione, anche la Gran Bretagna sta  andando in questa direzione. Gli Stati Uniti, che sono un caso a parte, dalla crisi del 2008, non hanno avuto remore ad usare  tutti gli strumenti messi a disposizione dalle teorie keynesiane e monetariste e, probabilmente, non avranno bisogno di ricorrere a forme di monetizzazione perché gli interventi sono stati ampi e tempestivi e l’economia  cresce a ritmi robusti, crescita che auspicabilmente sarà in grado di assorbire l’enorme debito pubblico che sta fortemente  incrementando  per fronteggiare l’emergenza  Covid. 

Da sempre più parti, nel mondo scientifico, si moltiplicano in modo trasversale richiami all’opportunità di monetizzare i deficit e/o debiti pubblici in determinate situazioni di alto debito e rischio deflattivo. Tra questi troviamo keynesiani, monetaristi e vecchi fautori, pentiti, delle politiche di rigore: Paul De Grauwe, Lord Adair Turner, John Cochrane, Olivier Blanchard, Francesco Giavazzi e Guido Tabellini, Giovanni Tria e Renato Brunetta, Roger Farmer , Simon Wren-Lewis e tanti altri economisti. Anche illustri banchieri centrali quali Ben Bernanke e Yanet Yellen non hanno escluso l’opportunità di fare ricorso alla monetizzazione (per approfondimenti, leggi articolo di Fulvio Corsi, citato precedentemente, su www.asimmetrie.org).  

L’articolo di Draghi, apparso lo scorso anno  sul Financial Times, potrebbe forse essere  un primo velato accenno a muoversi in questa direzione? Quando dice che, in conseguenza della pandemia, un maggiore debito pubblico diventerà una caratteristica permanente delle nostre economie perché, come  in guerra, solo in minima parte le spese  potranno essere  finanziate con le tasse, a che cosa allude? Come pensa di  rendere  “sostenibile” un più alto debito pubblico?   Con un quantitative easing permanente? Che di  fatto sarebbe una forma di monetizzazione! 

L’Europa versa in una condizione di deflazione e, in più,  l’Italia ha un enorme debito pubblico che alla fine della pandemia si attesterà intorno al 160%. In assenza di forme di monetizzazione di questo debito, né la destra né la sinistra saranno nella condizione  di proporre alcuna politica espansiva di tagli delle tasse e/o investimenti in infrastrutture che consenta di  tornare alla crescita.  

La battaglia per modificare  le regole monetarie dell’UE, per introdurre forme di monetizzazione   non è nell’interesse di una parte politica, ma dell’intera nazione. Se avremo una strategia chiara, non saremo probabilmente soli, la Francia e altri paesi non sono messi tanto meglio di noi.  Mario Draghi, ex banchiere centrale, allievo di Federico Caffè e di Franco Modigliani,  avrebbe certamente le competenze e la credibilità per gestire questo auspicabile processo di cambiamento,  vedremo se avrà la volontà e la forza politica di intraprendere questa strada.  Se non passerà questa linea, non appena la Germania si riprenderà dalla pandemia, punterà il dito contro di noi proponendo le solite ricette, e vedremo volare sui nostri cieli gli “avvoltoi” del rigore, della patrimoniale o della ristrutturazione del debito, misure che ci faranno precipitare in una nuova depressione economica. Se le misure di monetizzazione del debito (buona parte del  debito è già stato acquistato dalla BCE con il quantitative easing: la moneta è già stata stampata!)  verranno diluite in molti anni e/o quelle di monetizzazione del deficit verranno perseguite con  prudenza e limitazioni ben definite, la Banca Centrale non rimarrà sfornita di strumenti per gestire una eventuale inflazione indesiderata e, nel contempo, la monetizzazione libererà ogni anno risorse per finanziare il taglio delle tasse e/o gli investimenti in infrastrutture. 

L’attuale Unione Europea ha una doppia anima, per gli aspetti della finanza segue un approccio rigidamente “monetarista”/liberista, mentre, in altri ambiti,  ha un approccio tipicamente dirigista, come giustamente profetizzato da Friedman. E’ per questo che abbiamo bisogno sia di Friedman che di Keynes. 

Il Recovery Fund non rappresenta un cambio di paradigma: si farà ricorso al mercato per raccogliere i fondi, fondi che dovranno essere ripagati e saranno per noi futuro debito diretto o indiretto; si tratta di un progetto complicatissimo, dirigista, soggetto a forti condizionalità, difficilissimo da portare a termine e, se andrà tutto bene, i soldi arriveranno molto lentamente.