L’Euro sta pregiudicando il nostro futuro

La Redazione 15/2/2015


L’obiettivo prioritario dei padri fondatori della Comunità Economica Europea fu quello di creare, in un continente appena uscito da una guerra rovinosa, un’area economica e politica comune, allo scopo di prevenire nuove regressioni nazionaliste ed influssi belligeranti.
Il fine era certamente nobile e utile (per fronteggiare le altre grandi aree economiche del pianeta), ma molto difficile da realizzare.

Nel creare un’area economica comune, tra Stati che avevano una storia, strutture sociali ed economiche e lingue profondamente diverse, si dovevano prevedere elementi di flessibilità che tenessero conto di queste differenze. La moneta Unica è stato l’ultimo atto, ma il più determinante, nella creazione di una struttura rigida, fortemente burocratizzata e verticistica, che ha spogliato gli Stati aderenti della propria libertà economica e sociale.
Immaginate di vivere in una zona residenziale con tante villette carine dove possiate condurre la vostra esistenza tranquillamente e in libertà: giudichereste credibile qualcuno che vi venisse a raccontare che se voi e i vostri vicini andaste a vivere tutti insieme, sotto lo stesso tetto, programmando una serie di regole di convivenza stringenti, avreste minori probabilità di litigare? Probabilmente accettereste a cuor leggero regole che limitino la vostra libertà di sporcare la proprietà del vicino, ma sareste molto più perplessi di fronte a dictat che impongano pasti uguali per tutti, alla stessa ora.
Fuor di metafora, esiste una concezione liberale per la quale gli individui sarebbero disposti a rinunciare a parte della libertà di autodeterminazione della propria vita, solamente dietro la prova provata che il sacrificio sia ripagato con un’utilità personale o un vantaggio in termini di un maggior grado di libertà fruita dai membri della comunità a cui si appartiene. Un liberale diffida di complessi labirinti istituzionali ed è pertanto incline a dubitare che questo enorme, costoso e costrittivo apparato burocratico e normativo creato dall’Europa sia utile e possa garantire una minore conflittualità tra i popoli.

Le recenti crisi finanziarie hanno fugato ogni dubbio sulla seconda argomentazione utilizzata a supporto della costruzione europea: con un’unica moneta applicata a una vasta area economica, soprattutto i paesi deboli aderenti, sarebbero stati al riparo da turbolenze finanziarie. In realtà un paese si salva dagli attacchi della speculazione sul proprio debito, non perché è protetto da un “ombrello monetario”, ma solamente se ha un debito pubblico e privato sostenibile. Il caso della Danimarca e della Svezia, che sono rimasti fuori dall’euro, dimostrano la veridicità di questa tesi: pur essendo paesi piccoli, nessuno si è sognato di attaccarli. Il caso Grecia e altri paesi, tra cui anche l’Italia, che sono nei guai, dimostra la debolezza dell’argomentazione pro unione monetaria. Anzi, si è dimostrato valido il principio che unire sotto una stessa moneta, paesi con una diversa struttura economica, impedisce ai più deboli, in caso di crisi, di svalutare per salvare il tessuto produttivo e quindi, di garantire la propria sopravvivenza economica.

Negli anni novanta, i governanti ci dissero che l’ adesione all’Euro ci avrebbe costretto a fare le riforme di cui il paese aveva tanto bisogno per diventare più efficiente.
Oggi possiamo tranquillamente affermare che le riforme non sono state fatte e il paese è più debole. La cura giusta non risiedeva nell’assumere qualcuno, non votato dal popolo, quale giudice del proprio operato, il cosiddetto “vincolo esterno”, tanto caro ad alcuni politici animati da una concezione elitaria (per citarne due: Monti e Carli), ma nel fare democraticamente quelle riforme strutturali che avrebbero reso il paese più forte: uno Stato più efficiente, con una tassazione più bassa, con investimenti finalizzati ad infrastrutture e formazione, una vera riforma delle pensioni, che chiedesse sacrifici a tutte le generazioni, non solamente ai giovani; una riforma delle retribuzioni dei dirigenti pubblici e politici che li legasse alla reale produttività .
I politici, soprattutto di sinistra, che negli anni ’90 erano favorevoli ad un’adesione immediata all’euro, erano animati dall’idea che questa scelta avrebbe determinato una maggiore equità sociale. Con l’ euro non avremmo avuto più le svalutazioni competitive e la conseguente inflazione, fenomeni che determinavano spostamenti di ricchezza dal lavoro dipendente al lavoro autonomo e alle imprese.
Ricorderete inoltre svariati politici che, con aria soddisfatta, argomentavano che una diminuzione dei tassi, conseguente all’ingresso nell’euro, avrebbe avuto un effetto benefico sul debito pubblico e sui mutui con conseguenti grandi risparmi per le classi meno abbienti. In realtà ciò che fa risparmiare un debitore, non sono i bassi tassi d’interesse nominali, ma quelli reali, al netto dell’inflazione. L’adesione all’euro ha determinato una forte discesa dei tassi nominali e, contestualmente, dell’inflazione, con benefici trascurabili per i debitori. Inoltre, il mondo accademico è concorde sul fatto che ciò che rende sostenibile il debito pubblico, nel lungo periodo, è la capacità del Paese di crescere a tassi superiori rispetto al saggio di interesse che paga sul proprio debito. E’ proprio con l’Euro, con un debito denominato in una “valuta straniera”, senza una nostra Banca Centrale, che il debito è diventato insostenibile: abbiamo perso la possibilità di incidere sui tassi d’interesse e il Paese ha smesso di crescere perché si è agganciato ad una moneta troppo forte.

Più in generale, a distanza di 13 anni dall’adesione all’Unione Monetaria, risulta evidente come si sia verificata un’enorme redistribuzione della ricchezza a sfavore delle classi più disagiate. La gabbia dell’euro, l’improvvisa applicazione di regole stringenti applicate a paesi profondamente diversi tra loro, ha fatto si che le classi imprenditoriali appartenenti ai paesi meno competitivi, venendo a mancare prospettive di business sui mercati internazionali , per evidenti problemi creati da un rapporto di cambio artificialmente penalizzante, approfittando anche della situazione di confusione creata dall’applicazione improvvisa di una nuova unità monetaria, abbiano recuperato margini di profittabilità in settori oligopolistici del mercato interno, caratterizzati da una domanda rigida, anelastica.
Ecco spiegato perché sono saliti vertiginosamente i prezzi di beni e servizi che pesano di più sul bilancio della povera gente.
Un altro fenomeno conseguente all’applicazione dell’euro è stato anche il forte aumento degli immobili e delle locazioni. Molti di voi avranno conosciuto imprenditori i quali, dopo decenni di attività in settori che hanno reso grande l’Italia, consapevoli che le loro aziende avevano oramai scarse prospettive, hanno improvvisamente scoperto la loro vocazione all’investimento immobiliare. La bolla immobiliare infatti si è verificata nei paesi con economie più deboli: Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Ancor oggi costa meno comprare a Berlino che a Roma. Ovviamente la bolla immobiliare ha danneggiato principalmente le fasce a minor reddito e le imprese, che si sono ritrovate a dover pagare locazioni molto pesanti.

E la sinistra, quella che ha sempre difeso l’Euro, ancora si domanda perché perde consensi fra le fasce più deboli. La gente non fa tutte queste analisi, ma ha percepito che c’è stato un inganno.

Le imprese più dinamiche hanno trovato nell’euro ulteriori spinte alla delocalizzazione, togliendo al paese ulteriore ricchezza. Perché restare in un paese che perde gradualmente competitività, ha una tassazione asfissiante e non può più utilizzare la svalutazione per riallinearsi alla competizione? E abbiamo perso più di un quarto della base produttiva! Subendo un crollo della produzione industriale paragonabile a quello che avremmo patito in conseguenza di una guerra.

Ma il salato conto dell’adesione all’Euro ora lo stanno pagando anche i possessori di immobili che dopo la bolla, hanno visto crollare i valori a causa di una tassazione insopportabile imposta per restare agganciati al carro dell’Euro. Per gli affittuari è oramai troppo tardi per giovarsi di questo calo, perché nel frattempo, per le politiche di austerità prescritte dall’Europa, hanno perso il lavoro e/o potere d’acquisto. Anche le banche dei paesi meno competitivi, che inizialmente sembravano rientrare tra i pochi soggetti avvantaggiati, stanno pagando un prezzo molto alto.

L’unica via che avevamo per migliorare questo paese era quella di riformare la spesa pubblica, investire in infrastrutture e non aderire alla Moneta Unica. Mantenere cioè la nostra libertà economica e morale. La nostra struttura industriale, costituita principalmente da imprese di contenute dimensioni, a media tecnologia, anche se per magia venissero risolti i problemi di ritardo infrastrutturale e di eccessivo assorbimento di risorse da parte del settore pubblico, per essere competitiva, avrebbe comunque bisogno di ricorrere a svalutazioni nei confronti della Germania, che ha una struttura incentrata sulle multinazionali e sull’ alta tecnologia. Con l’Euro, abbiamo rinunciato alle svalutazioni buone, quelle indotte dal sistema delle imprese per riallinearsi alla competizione e non abbiamo rimosso la causa delle svalutazioni cattive, l’eccessiva spesa pubblica.

Il premio Nobel Robert Mundell e tanti altri economisti, con la “teoria delle aree valutarie ottimali”, ci avevano avvertiti che una unione monetaria tra paesi profondamente diversi per struttura economica e tassi di crescita, non può funzionare se non vengono previsti meccanismi di forte redistribuzione tra paesi forti e paesi deboli, nel caso dell’Euro, tra la Germania e i Paesi del Sud.
Con sorprendente capacità previsiva, l’economista Milton Friedman ci aveva messi in guardia che al primo shock esterno, i paesi deboli aderenti all’Euro, sarebbero implosi.
Interessante è anche il contributo di coloro, vedi Bagnai ed altri, che ci spiegano come la crisi dell’Euro non sia dovuta all’eccessivo debito pubblico, ma a squilibri creatisi nelle bilance dei pagamenti dei paesi aderenti. E i contributi di coloro, vedi Mosler, che in maniera chiara smontano l’assioma abbracciato dalle tecnocrazie europee che il debito pubblico debba per forza essere trattato alla stessa stregua di un normale debito privato.
Con la Moneta Unica, non solo non sono stati previsti i meccanismi redistributivi, ma si è accettato un principio opposto, si è fatta una scommessa: che i Paesi deboli avrebbero dovuto fare ogni sforzo per diventare come la Germania. Magicamente dovevamo diventare tutti alti, biondi e con gli occhi azzurri. E avremmo dovuto e dovremmo farlo tutto con le nostre forze, con regole tedesche.
Infatti le regole monetarie applicate alla BCE, a suo tempo imposte dalla Germania e subite da una nostra classe dirigente incapace o prezzolata, hanno praticamente ricalcato le regole seguite dalla vecchia Bundesbank, sempre ossessionata dallo spettro dell’inflazione, una politica monetaria sempre troppo restrittiva, tagliata sulle esigenze dell’economia tedesca e fortemente penalizzante per i paesi deboli. Anche l’attuale gestione Draghi, salutata da molti come salvifica, in realtà agisce con un unico scopo, quello di salvare l’Euro, non di salvare i popoli dalla disoccupazione.
Anche sotto il profilo fiscale, i tedeschi sono riusciti in un capolavoro, per loro, di fare passare il concetto, non solo che non deve essere redistribuita, da nord a sud, una parte dell’enorme surplus commerciale che ogni anno realizzano, con gli altri paesi della Unione, ma che i paesi che si sono indebitati, soprattutto per comprare i loro prodotti, debbano fare “austerità” fiscale.
Politiche monetarie e fiscali restrittive, o non sufficientemente espansive, applicate ad economie in difficoltà hanno determinato un autentico disastro, in termini di disoccupazione e di perdita di base produttiva nei paesi deboli.
Tanto che, in un recente lavoro (come fare ripartire l’Europa, pubblicato sulla Voce.info), anche due talebani del rigore quali Tabellini e Giavazzi, che avevano sempre sostenuto che la crisi era dovuta a cause interne all’Italia, hanno dovuto ammettere che l’Europa non può uscire dalle secche della deflazione se non vara un grande piano di aumento dei deficit pubblici, necessariamente accompagnato da una contestuale ultraespansiva politica monetaria, udite, udite, che preveda la stampa di moneta.
La situazione è gravissima, le ricette per uscirne sono difficili da elaborare, perché sono del tutto inedite.
Forse è più facile prima stabilire ciò che cosa non bisogna fare.
Occorre sicuramente evitare di continuare ad accettare supinamente le attuali regole. Ma ci dobbiamo anche affrancare da un pericolo più insidioso che corriamo, quello di fare monopolizzare il dibattito dai molti “euroinfatuati” della prima ora che, di fronte all’evidente empasse, sono anche i primi a chiedere a gran voce, genericamente, “più Europa”. Spesso, sono gli stessi che ci hanno spinto ad un salto nel buio e adesso, per correre ai ripari, propongono una ulteriore spoliazione della nostra sovranità, senza fornire ricette precise che ci preservino con certezza da ulteriori conseguenze nefaste.
E’ necessario aprire un dibattito fra persone credibili che esprimano idee innovative.
Gli economisti citati nel sito, sono tutti accomunati da un’idea: che l’attuale impalcatura monetaria europea sia errata, ma divergono molto sulle terapie.
Stiglitz, Krugman ed altri sostengono che sarebbe rischioso abbandonare la Moneta Unica e bisognerebbe andare avanti con la costruzione europea, che non funziona perché risulterebbe incompleta.Ci dovrebbero però dimostrare che sia realistico, i tempi brevi, ottenere dai tedeschi una riforma della BCE e una politica fiscale comune, che preveda meccanismi di redistribuzione.
Altri sostengono che sarebbe necessario uscire dall’Euro subito. Ci dovrebbero però spiegare dettagliatamente i costi e benefici di questa scelta. Altri ancora ritengono che sarebbe più opportuno creare una moneta complementare e mantenere, anche temporaneamente, una doppia moneta. Ci dovrebbero dimostrare come questa scelta sia compatibile con le regole europee.
Il dibattito deve essere approfondito, vanno valutate dettagliatamente le varie tesi, occorre metterle a confronto e trovare una sintesi.

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