Qualche dubbia verità sull'Europa

26/3/2015


Proponiamo le principali argomentazioni critiche di Andrea Boitani (articolo integrale:
www.lavoce.info/archives/19850/europa-bini-smaghi-politica-monetaria/), al libro di Bini Smaghi, “33 false verità sull’’Europa”. In sintesi, Boitani dice chiaramente all’eurocrate Bini Smaghi:

1) Non è vero che la BCE, per mantenere la sua indipendenza, sia obbligata a perseguire un solo obiettivo, quello di tenere sotto controllo l’inflazione. Potrebbe essere autonoma, soprattutto in fasi di crisi, anche elaborando una politica monetaria che possa contribuire a diminuire la disoccupazione (come fanno le altre principali banche centrali, anch’esse indipendenti). Dice ancora che questa ossessione per l’inflazione, ha portato la BCE a commettere due gravi errori nel 2008 e 2011, alzando i tassi, quando già c’erano chiari segnali di crisi.
2) Contesta inoltre l’assioma degli “eurocrati” secondo il quale, le differenze di competitività tra i paesi dell’Eurozona, dovrebbero essere colmate mediante svalutazione interna dei salari nei paesi più “deboli”. Rileva che questa via, oltre che penosa dal punto di vista sociale, non ha dato i suoi frutti. Giustamente sostiene che sarebbe molto più facile, meno oneroso e conveniente per tutti, fare salire i salari dei paesi più “forti” e che non sarebbe poi così devastante, anche per la stessa Germania, una inflazione media dell’area un po’ più alta del fatidico 2%.

 

la Redazione

 

Andrea Boitani ha ottenuto l’M.Phil. alla Università di Cambridge, dove ha
anche svolto attività di insegnamento. Attualmente, insegna Economia politica all’Università Cattolica di Milano ed Economia della regolazione al Master in Economia pubblica e al Dottorato in Economia e finanza delle amministrazioni pubbliche, presso la stessa università. Ha fatto parte della Commissione Tecnica per la spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1993 fino al suo scioglimento, nel 2003. E’ stato consigliere economico del Ministro dei Trasporti e componente delle commissioni incaricate di predisporre il Piano Generale dei Trasporti (1999-2001) e il Piano Nazionale della Logistica (2004-2005). E’ autore di varie pubblicazioni nei campi della Macroeconomia e dell’economia della regolazione e dei trasporti.

 

pubblicato da Lavoce.info 27.05.14

 

L’ultimo libro di Bini Smaghi contiene molte verità su Europa ed euro. E qualche discutibile tesi. La principale riguarda gli obiettivi assegnati alla politica monetaria, volti soltanto a mantenere un obiettivo d’inflazione senza considerare la situazione economica più generale.

 

LA BCE E L’INFLAZIONE

 

A pagina 84 si legge questa proposizione: “Se si vuole che la politica monetaria sia condotta da una istituzione indipendente, le si deve dare un solo obiettivo”. Poche righe dopo, Bini Smaghi afferma che “l’obiettivo prioritario dell’inflazione non ha impedito alle banche centrali di mettere in atto politiche molto espansive durante la crisi, come in Giappone e nel Regno Unito (…)”. Si tratta di proposizioni quantomeno sorprendenti. In primo luogo, perché una letteratura a dir poco vasta (e che ormai ha permeato anche i libri di testo per i corsi di laurea triennale) ha esplorato ogni angolo delle politiche monetarie che prevedono banche centrali indipendenti dotate di un obiettivo di inflazione (inflation targeting). Politiche generalmente basate su funzioni obiettivo (o su semplici ricette, come la famosa regola di Taylor) che prevedono trade off tra variabilità dell’inflazione intorno all’obiettivo e variabilità del Pil intorno al livello (o al tasso di crescita) potenziale. Si tratta di quell’inflation targeting flessibile che viene adottato nel Regno Unito dal 1992 e in altri paesi democratici con banche centrali indipendenti (Australia, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti, da ultimo Giappone).

 

La Bce (come ci dice lo stesso Bini Smaghi a p. 85), invece, ha una funzione obiettivo “lessicografica”, cioè che pone la stabilità dei prezzi al primo posto e non ammette trade off tra gli obiettivi: si tratta di un inflation targeting rigido. Inoltre, la Bce è una delle poche che ha il potere (sancito dal Trattato di Maastricht) di fissare l’obiettivo di inflazione senza concordarlo con il “suo” governo (cioè la Commissione). Certo, si tratta di un assetto istituzionale definito dai Trattati che sono stati approvati dai parlamenti di tutti i paesi europei. Ma questo non prova né che si tratti dell’unico assetto compatibile con la democrazia, né tantomeno che si tratti di un assetto ottimale, né che verrebbe scelto dalla maggioranza dei cittadini europei qualora fossero chiamati a scegliere “sotto velo di ignoranza”. Inoltre, non è vero che nel Regno Unito e in Giappone si siano fatte politiche monetarie espansive nonostante le banche centrali di quei paesi perseguano esclusivamente la stabilità dei prezzi, ma proprio perché la stabilità dei prezzi non è la loro unica “ossessione” e ammettono quei trade off che sono negati alla Bce e che, secondo Bini Smaghi, sono incompatibili con l’indipendenza delle banche centrali. Naturalmente, quando gli obiettivi sono più di uno, banca centrale e governo devono concordare i pesi da attribuire a ciascuno di essi. Una volta fissati tali pesi, la banca centrale resta indipendente nella scelta degli strumenti con cui ottimizzare la sua funzione obiettivo assegnata e il governo non potrà interferire con le sue azioni, salvo chiamarla a spiegare il suo operato a governo e Parlamento, come qualsiasi autorità indipendente cui vengano delegati compiti politici a elevato impatto sul benessere generale.
Si può obiettare che è molto difficile creare rapporti cooperativi corretti tra la banca centrale e quella sghemba confederazione che ancora oggi è l’Europa (e ancor più l’Eurozona), dove i singoli Stati possono anche avere interessi divergenti. Ma allora bisogna additare il difetto di costruzione dell’Europa e dell’Eurozona e formulare idee per completare la federazione europea, non dire che la banca centrale deve avere un unico obiettivo. Così dicendo, si lascia intendere che la Bce è veramente ossessionata dall’inflazione, mentre a parole si afferma il contrario. Tra l’altro, che cosa, se non un’attenzione troppo esclusiva all’inflazione, può spiegare i due sospetti errori della Bce (mai menzionati da Bini Smaghi, che forse non li ritiene tali) nel 2008 e nel 2011, quando alzò i tassi di interesse a fronte di aumenti attesi dell’inflazione alimentati solo dal rialzo del prezzo del petrolio, mentre in entrambi i casi le aspettative di recessione alimentata da crisi finanziarie in corso erano assai più temibili (mainlymacro, 29 aprile e 2 maggio 2014)? E che cosa, se non una certa negligenza nei confronti della bassa inflazione, può spiegare il ritardo nell’adozione di appropriate politiche monetarie non convenzionali dagli inizi del 2013 (politiche adottate da tempo e con un certo successo negli Usa, nel Regno Unito e in Giappone)? Con tasso nominale allo 0,25 per cento (prossimo al limite inferiore pari a zero) e un tasso di inflazione che non supera l’1 per cento, il tasso reale non scende al di sotto del -0,75 per cento, ancora troppo alto perché l’area euro esca rapidamente dalla recessione.

 

LA QUESTIONE SALARIALE

 

Questo è un tema su cui Bini Smaghi non si sofferma troppo, ma che è all’ordine del giorno tra gli economisti. Nelle parole di Paul Krugman (2014), “c’è evidenza crescente che le economie che entrano in una profonda recessione con un tasso di inflazione basso possono rimanere bloccate in una trappola economica e politica, in cui c’è un circolo vizioso autoperpetuantesi tra debolezza economica e bassa inflazione”. E ciò non solo perché si vengono facilmente a trovare nella trappola dello zero lower bound (il già menzionato limite inferiore pari a zero del tasso di interesse nominale), ma anche perché i salari nominali sono abbastanza rigidi verso il basso. La rigidità è particolarmente rilevante per l’area euro, dove i divari di competitività tra i paesi “core” e i paesi “periferici” avrebbero dovuto essere colmati dalla svalutazione interna, cioè appunto dalla riduzione dei salari monetari nei paesi periferici. Ma in realtà questa riduzione, almeno nel comparto manifatturiero, non c’è stata, se non in misura modesta (fatta eccezione per la Grecia e in grado minore per l’Irlanda), rallentando il processo di svalutazione interna e rendendo lento e quindi lunghissimo quello di aggiustamento. Del resto, nei paesi “periferici”, dove la svalutazione interna avrebbe dovuto aver luogo, i salari orari erano già molto più bassi che nei paesi “core” .Ed è difficile immaginare che i notevoli divari retributivi potessero ampliarsi ulteriormente grazie a una riduzione dei salari nei paesi periferici, tanto più che i prezzi dei beni di consumo (di cui molti importati proprio dagli Stati dove i salari e i prezzi non hanno motivo di ridursi) non scenderebbero quanto i salari. In questo contesto, un’inflazione più elevata – accompagnata da una crescita (non una riduzione!) dei salari nominali nei paesi “core” superiore a quella dei paesi “periferici” – avrebbe reso e ancora oggi renderebbe più rapido il processo di aggiustamento, con minori perdite cumulate di reddito (Pil) e tassi di disoccupazione inferiori.

 

UN’UNIONE TROPPO COMPETITIVA

 

E qui veniamo a un altro dei difetti principali del libro di Bini Smaghi. “Per evitare di perdere competitività all’interno di un’area monetaria – scrive – i costi devono crescere in modo simile a quello degli altri paesi” (p. 61). Il che implica che, se la produttività cresce poco, la popolazione invecchia, l’energia costa tanto e ci sono “rigidità”, i cittadini dei paesi “deboli” devono accettare una riduzione del proprio tenore di vita e non “vivere al di sopra dei propri mezzi”. Insomma, una unione monetaria è molto simile a un regime di cambi fissi, con la ben nota asimmetria a favore dei paesi che hanno continui surplus di partite correnti grazie al fatto che mentre le riserve ufficiali dei paesi in surplus possono crescere indefinitamente, non possono andare sotto zero quelle dei paesi in deficit. L’unica differenza (ma certo non secondaria) è che in regime di cambi fissi le parità possono essere riviste e facilitare l’aggiustamento attenuandone l’impatto sulla popolazione del paese “debole”, almeno nel breve e medio periodo, mentre all’interno di una unione monetaria questa via di uscita non c’è più. Questa sembra la visione “competitiva” dell’unione monetaria che permea il libro di Bini Smaghi: l’unione monetaria è un sistema di cambi fissi senza più i cambi e senza più le banche centrali nazionali, in cui i paesi aderenti competono ferocemente tra loro: i forti vincono e i deboli soccombono.
Una visione non condivisibile, per quanto diffusa. Sorvola sul fatto che a determinare la velocità di crescita dei costi (e della produttività) e quindi il tenore di vita possibile per tutti i cittadini dell’unione sono i governi, le imprese e i sindacati dei paesi “forti” e che hanno un peso notevole nell’unione monetaria, cioè in primo luogo la Germania. Ma siamo sicuri che una unione monetaria sia solo questo e non un luogo in cui la politica dei redditi, viste le forti esternalità che genera sugli altri paesi, andrebbe concordata in sede “federale”, soprattutto quando le situazioni di partenza sono così diverse? E quando la politica dei redditi del paese più forte e a più alta crescita della produttività, è stata tale da comprimere i redditi medi dei suoi lavoratori e far crescere le disuguaglianze al suo interno allo scopo di riprendersi il ruolo di “piccola economia aperta” trainata dall’export?
Una visione dell’unione monetaria un po’ più solidale e cooperativa (invece che esclusivamente competitiva) favorirebbe il consenso per l’unione stessa, perché renderebbe il vivervi un po’ meno stressante per tutti, senza nulla togliere alla necessità di “fare i compiti a casa”, ovvero fare quelle riforme che consentano alla produttività dei paesi periferici (e dell’Italia in particolare) di tornare a crescere a un ritmo più alto di quello deprimente dell’ultimo decennio. Ma se le riforme (che comunque richiedono tempi non brevi per avere efficacia) vengono fatte mentre i salari nominali dei lavoratori dei paesi forti (Germania in testa) crescono ben più degli altri, l’inflazione media dell’area è un po’ più alta anche del fatidico 2 per cento (ma più bassa del tasso di crescita dei salari nominali dei paesi forti), non sarebbe meglio per tutti, cittadini tedeschi compresi?.