Il QE? Errori, contraddizioni e tanta paura

 

12/03/2015
Si riporta volentieri questo articolo pubblicato dagli amici di "r.i.s.a.l.i.r.e. Italia" che contiene un'analisi, per la gran parte condivisibile, delle dinamiche e dell'apparato teorico che sottendono il QE della BCE. Non siamo però d'accordo sul fatto che il QE non "serva a nulla" e che il "natante sia alla deriva". Dipende dal punto di vista con cui analizzi la questione. Nell'ottica della BCE e degli eurocrati serve a salvare l'euro, a far si che non deflagri sotto il peso della protesta dei cittadini europei che presto o tardi verranno chiamati a votare (soprattutto in Francia, Italia e Spagna). Serve a prendere tempo e a fare percepire alla gente che stiamo andando verso un miglioramento dell'economia.

Il QE favorisce la svalutazione dell'euro nei confronti del dollaro e rende più facile per le banche, dopo anni di restrizioni, riaprire i rubinetti del credito e il cavallo, dopo anni di privazioni, un po' si disseterà . In Italia, gli istituti di credito, hanno già da tempo deciso che, nei prossimi due anni, erogheranno prestiti per un importo complessivo vicino ai valori che, le stesse banche, dalla sera alla mattina, nel 2011, avevano tolto all'economia. Anche Il calo del prezzo del petrolio, fa si che la svalutazione dell'euro non abbia ripercussioni particolarmente negative sul costo dell'energia. Insomma, tutti questi fattori determineranno un rimbalzo dell'economia che consentirà ai governanti, in primis Renzi, di prendersi dei meriti che non hanno. Una ripresa dell'economia che però non prevede una diminuzione significativa della disoccupazione perchè le imprese che hanno chiuso, non riapriranno. Abbiamo perso più di un quarto della base produttiva e ne verrà recuperata solo una piccola percentuale. Le piccole e medie imprese, ancora rimaste in piedi, continueranno a essere soffocate dalle tasse. Gli eurocrati amano solo le grandi imprese multinazionali. Tutta la legislazione europea è volta a favorire le multinazionali, anche il fisco è più pesante per le piccole imprese che non sfuggono, come fanno le grandi, che vanno a pagare meno tasse in Lussemburgo. La politica monetaria è stata concepita per garantire un euro forte (il QE rappresenta solo una parentesi, appena sarà passata l'emergenza, state certi che torneranno alle vecchie abitudini), che penalizza le piccole imprese che vendono principalmente i loro prodotti sul mercato interno e subiscono pertanto una artificiosa concorrenza dall'estero dovuta a un cambio penalizzante. Gli eurocrati vedono con sfavore ideologico il modello di piccola e media impresa, che era un nostro vanto e fattore di libertà economica e sociale . Nessun economista è in grado di provare che con una nostra moneta o con un euro gestito in modo meno tedesco, non avremmo potuto mantenere il nostro apparato produttivo basato su un modello di piccola e media impresa libera di intraprendere. Invece gli effetti della scelta di entrare nell'Euro, a queste condizioni, sono sotto gli occhi di tutti: equivalenti ad una guerra.

 

la Redazione

 

pubblicato da "r.i.s.a.l.i.r.e Italia"
di Guido Salerno Aletta
Diciamola tutta: così come è stato preparato dalla Bce, il Quantitative easing non serve a niente. E’ solo una pezza, messa lì per coprire gli effetti di una quantità colossale di decisioni che si sono dimostrate errori insostenibili. Il Qe è una manovra azzardata, che cambia completamente direzione rispetto alla strategia seguita finora, come un Tir che fa l’inversione ad U in autostrada: una reflazione improvvisa in un contesto in cui la strategia era e rimane quella della deflazione competitiva. I Paesi dell’Europa meridionale dovevano mettere i conti in ordine: meno deficit e debiti pubblici da una parte, salari più bassi dall’altra. Una strategia del rigore volta a ridurre il disavanzo delle loro partite commerciali ed il debito verso l’estero. Un po’ alla volta anche la Bce ha capito che così stava saltando il sistema finanziario, perchè la deflazione dei salari e dei prezzi, fortemente voluta per far aumentare la competitività internazionale delle economie deficitarie, aveva aumentato progressivamente il valore reale dei debiti già contratti, rendendoli progressivamente insostenibili. E così le banche registrano passività, perché i debiti delle imprese si fanno insostenibili per via del calo del fatturato, e quello della famiglie per via dei licenziamenti. Non regge neppure il sistema dei conti pubblici, perchè il debito cresce in proporzione sul Pil a causa della caduta di quest’ultimo: ci ritroviamo a fare i conti con l’analisi della crisi americana del ’29 fatta da Fischer, che attribuiva la depressione alla deflazione del debito. Insomma, siamo di fronte ad una catastrofe e si stappano bottiglie di spumante mentre l’orchestrina suona melodie insulse. Per questo adesso si è varato il Qe, contraddicendo tutta la strategia deflazionistica seguita finora: per paura, solo per paura. Altro che riportare l’inflazione vicino, ma sotto, al 2%: non c’è denaro da nessuna parte, tutto ristagna. C’è chi aspetta che i prezzi cadano ancora, chi aspetta che i rendimenti salgano prima di acquistare titoli di debito: siamo alla paralisi. Il Qe arriva tardi rispetto alle crisi dei debiti sovrani, quando ormai i tassi delle loro emissioni sono bassissimi e non c’è più molta differenza (lo spread) tra i rendimenti dei diversi Paesi. La paura degli investitori è tale che si accontentano anche di rendimenti negativi, pur di mantenere il patrimonio. Bisognava intervenire prima. A partire dal 2010, quando i mercati cominciarono a dubitare della tenuta dei debiti pubblici, dalla Grecia al Portogallo, dalla Spagna all’Italia, si è lasciato che i governi venissero rosolati a dovere: lo spread era la sanzione, la clava che doveva convincerli a fare le riforme, liberalizzando il mercato del lavoro, tassando a più non posso i cittadini e le imprese per riequilibrare strutturalmente i bilanci pubblici, mandando al massacro le aziende a causa del crollo della domanda interna. Gli interventi della Bce sono stati condizionati alla adozione delle riforme strutturali: il 5 agosto 2011 all’Italia fu mandata la lettera a doppia firma, Trichet e Draghi, come alla Grecia sono state imposte dalla Troika. E’ stato il lavacro purificale, il bagno di sangue da sempre evocato dalla scuola economica austriaca, quella di Hayek, Mises e Rothbard: tanto più velocemente crollano i salari ed i valori dei beni capitali aggregati, come le azioni e gli immobili, tanto prima il risparmio tornerà ad affluire verso i consumi. La recessione è l’espiazione della colpa, della espansione. Draghi è intervenuto per fermare la speculazione, minacciando da Londra nel luglio del 2012 che avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro: “whatever it takes”. Ha messo in piedi l’OMT, un sistema di acquisti illimitati per l’acquisto del debito pubblico nel caso che i mercati sfidassero ancora la stabilità finanziaria: un’arma “fine di mondo”. La speculazione è stata gelata, ma l’economia reale ha continuato nel suo tracollo, spinta al ribasso dalle misure fiscali, mentre l’abbassamento dei tassi di interesse non ha avuto il minimo impatto sulla dinamica dei finanziamenti bancari. Alla deflazione dei salari e dei prezzi si è aggiunto anche il collasso del credito ai privati, pure questo auspicato dagli economisti della scuola austriaca: sarebbe una salutare restrizione, per sgonfiare la precedente bolla di affidamenti bancari che aveva distorto la allocazione delle risorse, indirizzandone troppe verso gli investimenti. Devono andare in malora, anche questi. Basta vedere che cosa sta succedendo dopo l’Asset Quality Rewiew e la vigilanza bancaria unificata da parte della Bce: il combinato disposto delle nuove regole e della crisi economica sta massacrando i conti delle banche italiane. Accantonamenti su tutto, anche sugli affidamenti in bonis, sulla base di criteri prudenziali sempre più stringenti. Di fronte ad una economia che collassa, si è sostenuto ancora che si doveva ripartire con gli investimenti, senza rendersi conto che la crisi economica era stata determinata dalle manovre fiscali che avevano ridotto la domanda delle famiglie.
Ma chi mai investe quando nessuno compra? Abbiamo un sistema in cui sono nessuno ha strumenti per attivare la domanda: gli Stati non possono sforare il deficit, per via del Fiscal Compact; le banche devono fare accantonamenti ed aumentare il capitale; le famiglie che possono, aumentano il risparmio a fini precauzionali. Una liquidità tardiva e distribuita male, quella del Qe: era meglio prendere esempio dalla Banca del Giappone, che aveva deciso di cofinanziare ingenti investimenti per la ricostruzione dopo lo tsunami, la conversione energetica e la lotta alla disoccupazione. Chissà che ci faremo con questa liquidità: andrà in titoli di borsa, oppure all’estero. Invece di destinarla ai Paesi che hanno ritardi infrastrutturali, deficit di investimenti produttivi, la si distribuisce a tutti senza eccezioni, rafforzando coloro che sono già in vantaggio. Ha virato troppo tardi la Bce, senza avere una meta da raggiungere: prima ha condiviso senza riserve la strategia della deflazione competitiva, facendosene protagonista. Poi, quando ha compreso la gravità degli errori compiuti, ed ha temuto che la contrazione dei prezzi portasse al collasso finanziario per l’insostenibilità dei debiti, pubblici e privati, ha riaperto i cordoni del credito, a giugno con le T-Ltro, a settembre con l’acquisto di Abs e Corporate Bond ed ora con il Qe: esattamente ciò che sarebbe considerato assolutamente deleterio dagli economisti della scuola austriaca. Insomma, prima la Bce segue gli insegnamenti di questa teoria economica e poi fa l’esatto opposto, commiserando i danni determinati dalla debt deflation, teorizzata da Irving. Il Qe è solo il frutto di errori, contraddizioni e soprattutto di tanta paura. Dal punto di vista teorico, la Bce non è monetarista, e neppure keynesiana. Non segue neppure la tradizione della scuola bancaria. Dichiara che ora l’obiettivo della politica monetaria è quello ai far risalire l’inflazione, dopo aver fatto di tutto per fare scendere i prezzi. Insomma, sembra un natante alla deriva: i naviganti prestino la massima attenzione.