Crescita Italia: se non ora quando?

 

Nella parte finale dell'articolo si fa riferimento alle proposte di Savona, Guido Salerno Aletta, Andrea Monorchio (ex ragioniere generale dello Stato) ed altri, di fare confluire beni dello Stato in un fondo, per abbattere il debito pubblico, fondo che dovrebbe essere gestito e valorizzato al fine di invogliare privati investitori a sottoscriverlo. Per approfondimenti su questo tema rimandiamo ad articoli pubblicati nella sezione "Paolo Savona".
la Redazione

 

 

pubblicato da “Risalire Italia” 17 marzo 2015

 

Mai nella nostra storia si sono presentati, tutti insieme, elementi così favorevoli per uscire dalla recessione e tornare alla crescita. Quando il governatore della Banca d’Italia e il ministro dell’Economia dicono che non possiamo lasciarci andare a troppo facili entusiasmi posso anche capirli, quello che non si capisce è perché il governo non possa fare di più. So bene che il malato non è guarito e che accanto a segnali positivi ce ne sono alcuni che non ci lasciano tranquilli, vedi l’arresto della produzione industriale del gennaio scorso. So bene che, al momento, tira solo il settore auto e tutta la componentistica legata al predetto, mentre gli altri settori non danno ancora segni apprezzabili di ripresa. La cosa preoccupante è che il -2,2% della produzione industriale non può essere imputata ad un giorno in più di chiusura concesso da molte aziende in coincidenza con il ponte dell’Epifania. È difficile però pensare che il prezzo del petrolio dimezzato, il Quantitative Easing appena iniziato, la svalutazione dell’euro, siamo prossimi alla parità col dollaro, e lo Spread sui Bund tedeschi, che scenderà intorno ai 70 punti, non siano elementi sufficienti non solo per uscire dalla recessione ma per ricominciare a crescere in modo consistente. Oltre a questi fattori esterni, per i prossimi due anni, vanno presi in considerazione, seriamente, fattori interni e irripetibili, che riguardano due eventi eccezionali come l’Expo di Milano e il Giubileo indetto da Papa Francesco, che partirà già quest’anno l’8 dicembre e terminerà il 20 novembre del 2016. Per questi motivi penso che si possa scommettere su una crescita superiore ad un punto di Pil, nell’anno in corso, e a più di due punti nel 2016. Nell’arco dei prossimi due anni avremo un boom di visitatori e di turisti, con un contributo al Pil superiore all’1,2%. Ricordo che nel 2000 l’Italia, in coincidenza con l’ultimo Giubileo, conobbe una crescita vicina al 3%. Arrivarono, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, circa 25 milioni di visitatori. Al Workshop Ambrosetti di Cernobbio Padoan e Visco, oltre ad accennare alla necessità di altri tagli al cuneo fiscale, hanno preso l’impegno di bloccare l’aumento automatico dell’Iva, ma la loro previsione di crescita per l’anno in corso è dello 0,8% con un deficit del 2,6%. Si tratta di un primo passo, ma serve più coraggio per sfruttare a pieno le opportunità che, tutte insieme, vengono offerte al nostro Paese. Serve più coraggio per gli stimoli fiscali e la domanda interna. Dopo 14 trimestri di crescita negativa e i troppi annunci di false luci in fondo al tunnel, la maggioranza dei cittadini ha ancora una percezione negativa perché nella comunicazione viene messo l’accento solo sulle riforme e sulla Spending Review. Non ci sono dubbi che va completato il percorso delle riforme, da quella elettorale a quelle costituzionali, al fisco, alla riduzione dei centri di spesa, alle società partecipate in perdita, alla giustizia, a quella della pubblica amministrazione e delle semplificazioni. Tutte riforme che riguardano l’efficienza del nostro Paese e la sua attrattività per gli investimenti esteri nell’ambito di un’economia globalizzata, nessuno può nascondere però che molte di queste riforme richiedono un duro e lungo lavoro, non solo per essere avviate ma per essere attuate calandole nella realtà. Siamo ancora in una fase iniziale e il disegno riformatore richiede l’impegno non solo per questa legislatura ma anche per tutta la durata della prossima. Quando si parla ad esempio di corruzione, il problema non è solo quello di aggravare le pene ma di eliminare una serie di inutili passaggi, a tutti i livelli, che complicano la vita dei cittadini e delle imprese. È nella pletora di pareri e di autorizzazioni, preventive e successive, di regolamenti e di funzioni che si sovrappongono che si annida la corruzione. È su quell’humus che attecchisce quella endemica e diffusa. Stiamo parlando di un lavoro immane e di un grande cantiere aperto, una vera rivoluzione che va portata avanti con tenacia e determinazione e che richiede anni di duro lavoro a tutti i livelli. Su questo sentiero siamo solo all’inizio e non bisogna assolutamente smettere di procedere per questa via. Ma nessuno però può ignorare che, nell’immediato, questo lavoro non incida sulla crisi e sulla stagnazione della domanda interna. L’efficienza e la competitività del sistema richiedono tempi medio-lunghi. Insomma, dobbiamo necessariamente liberarci dei nostri vincoli interni, che condizionano lo sviluppo del Paese e delle nostre aziende. Queste però hanno fatto fin qui la loro parte, visto che alimentano esportazioni per 382 miliardi di euro e che nel 2014 hanno alimentato un surplus della bilancia commerciale per 99 miliardi. È un record che è secondo solo a quello della Germania. Quindi si proceda nel lavoro per la rimozione dei nostri vincoli interni che, come abbiamo detto, riguardano la giustizia, il fisco, l’energia e la burocrazia, ma si prenda atto che, contemporaneamente, il Paese ha bisogno nell’immediato di stimoli per assecondare la ripresa e la crescita. Questo va fatto in poche settimane e in un arco di tempo limitato, vanno dati segnali chiari dal lato della pressione fiscale, della riattivazione del credito e degli incentivi agli investimenti delle aziende. Insomma, per consolidare la ripresa non basta puntare solo sulle riforme, servono ora incentivi di immediato impatto sulla crescita. Ad oggi abbiamo avuto il bonus di 80 euro e un incentivo di circa 8 mila euro all’anno per le assunzioni a tempo indeterminato, ora serve fare altro perché l’esperienza insegna che non sono sufficienti le sole politiche monetarie espansive. Queste ultime, per avere un affetto sicuro, devono essere accompagnate da politiche di bilancio e fiscali altrettanto espansive. Per fare questo si proceda pure al reperimento di risorse con i tagli ma, se questi non dovessero essere sufficienti, visto il poco tempo a disposizione, si proceda, se necessario, non rispettando il vincolo del 3%, cosa che è stata concessa alla Francia per i prossimi due anni. Quello che all’Italia serve, in questo momento, sono segnali forti per convincere le aziende a riprende gli investimenti e la gente a ritornare ai consumi e questo va fatto subito, senza aspettare il prossimo anno. Va esteso il bonus degli 80 euro alle pensioni e alle partite Iva, compresi incapienti e autonomi, e va studiato un intervento a favore dei 6 milioni di italiani sotto la soglia di povertà. Altri incentivi vanno destinati alle imprese, con un ulteriore abbattimento del cuneo fiscale. È una manovra che va messa in essere nell’arco di 60 giorni e che comporta una spesa tra i 15 e i 20 miliardi, in parte coperta dai tagli e in parte da una spesa aggiuntiva, anche sforando il tetto del 3%. I tagli non vanno sacrificati, in questa fase, sull’altare del pareggio di bilancio ma su quello della crescita con l’impegno di non utilizzare le clausole di salvaguardia, che porterebbero ad un aumento automatico delle accise e dell’Iva. Serve questo segnale per convincere gli italiani ad avere fiducia e riprendere il cammino della crescita. Soprattutto è necessario smettere di dare con la mano destra per poi togliere, il doppio o il triplo, con la mano sinistra. L’immediato futuro si gioca su una crescita consistente a partire da questo anno, per consolidarla nel prossimo al di sopra del 2%. I mercati si aspettano, dal nostro Paese, proprio questo segnale perché è la crescita che certifica la nostra capacità di pagare il debito. Ad esempio, nella legge di stabilità, oltre alle clausole di salvaguardia, c’è un provvedimento che, se applicato, avrà effetti devastanti ed è quello con cui si prevede un’inversione contabile. Con la nobile scusa di combattere l’evasione fiscale in un settore dove sicuramente non c’è, qualche bella testa del ministero delle Finanze si è inventato un meccanismo per cui i fornitori dei supermercati e degli ipermercati non incasseranno più l’Iva. Quest’ultima verrà versata dai supermercati non ai suoi fornitori ma direttamente allo Stato. In questo modo i fornitori saranno costretti a chiederne il rimborso alla pubblica amministrazione coi tempi di restituzione che conosciamo tutti. Stiamo parlando di 8 miliardi. Queste sono le cose che vanno assolutamente evitate e rimosse. Quindi, bene il Quantitative Easing, bene il deprezzamento del petrolio del 50%, bene la svalutazione dell’euro, ma senza i necessari incentivi e stimoli, tendenti ad aumentare la domanda interna, il Paese non tornerà ad una crescita sostenuta e non sarà in grado di onorare il suo debito. Al fine di dare alla manovra una buona base di credibilità internazionale, oltre alle misure indicate per stimolare la crescita, bisognerà dare un ulteriore segnale per la sostenibilità del nostro debito pubblico, varando finalmente il Fondo patrimoniale di 400-500 miliardi per abbattere lo stesso nei prossimi 3-4 anni e per riportalo in prossimità del 100% sul Pil. Si tratta di conferire al “Fondo Patrimoniale degli Italiani” beni immobili e asset pubblici con la missione di valorizzarli e per emettere Titoli privilegiati garantiti dal Fondo per abbattere il debito. In questo modo si potrebbe avere un ulteriore risparmio di 20 miliardi sul servizio del pagamento degli interessi sul debito, a cui devono aggiungersi i risparmi dovuti allo Spread in forte diminuzione. Questo è l’ulteriore segnale non più rinviabile da dare ai mercati ed è questa un’ulteriore priorità per questo governo. Certo bisognerebbe affrontare con Bruxelles il confronto per il rinvio del pareggio di bilancio, in attesa che ci sia una riforma dei Trattati, riforma che, vista l’opposizione tedesca, non si può avere in poco tempo.